| Essere o non essere indie | ||||
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L'essere indipendente è un po' come essere rock and roll, è un attitudine, un atteggiamento che si assume nei confronti del mondo, e non solo musicalmente parlando. E proprio con il rock and roll nasce, in embrione forse, l'idea di un mercato ufficiale e di un mercato altro, negli anni ‘50 e anche prima, con le piccole etichette discografiche, che producevano in linea con quella che sarà poi teorizzato come il do it yourself, dischi realizzati in bassa fedeltà (low-fi) molto diversi dalla musica commerciale del tempo e rivolti a un pubblico di nicchia. Ma già il rock and roll, la sua esplosione con Elvis, è la testimonianza di come l'indie non sia solo un genere destinato a pochi ma forse più vicino al gusto reale della gente. Un fenomeno, quello dell'aggressione dell'indie al mercato globale, che la nostra generazione ha vissuto con i Nirvana e l'etichetta Sub Pop, giusto per fare un esempio. Alcuni sostengono che il mercato indipendente non faccia che anticipare quello che prima o poi diventerà un gusto diffuso. In un senso più politico l'indie è opposizione alle major, alla grande industria discografica rappresentata da un pugno di etichette che gestiscono la quasi totalità del mercato. Tutto il resto è indie? E quanto spazio ha? Difficile marcare i confini, soprattutto oggi, di un concetto che assume una miriade di sfaccettature. L'indie può essere inteso anche come un genere musicale, padre di una grande famiglia di sottogeneri che partono dall'indie rock, passano dall'indie pop e arrivano all'indie dance. Anche il punk è indie? Sicuramente si, almeno nelle intenzioni, nel suo nascere. Essere contro o meglio essere liberi sembra la chiave di volta dell'indie. Suonare o creare più in generale senza pensare a un pubblico inteso in senso commerciale. Detto in questi termini sembra quasi una forma di espressione egoista, ma non è così. L'indie è estremamente solidale, sviluppa naturalmente il senso di rete, di circuito, una sorta di mutuo soccorso volto alla resistenza, alla sopravvivenza. E grazie a questo che ieri e mai come oggi (merito della rete, questa volta intesa come internet) che la musica indie arriva ovunque.
Simon Reynolds, critico inglese illuminante, ha proposto una teoria secondo la quale la sostanziale differenza tra cultura indie e cultura pop si basa sulla dicotomia celebrale/corporeo. L'indie rinuncia alla carica sessuale che il rock aveva negli anni ‘60 (Mick Jagger, Iggy Pop), si allontana dalla sua radice black per assumere caratteri più passivi, un look più trasandato, una virata verso il rumore (Sonic Youth, Husker Du) o un atteggiamento più snob (The Smiths). Il pop mainstream invece predilige il ballo, l'eleganza, la spudoratezza e attinge ancora oggi a piene mani dalla cultura r&b, funk, soul. E dice Reynolds: "il culto della perfezione oggi dilagante ci toglierà il diritto di costruire le cose, di costruire una cultura". L'indie sembra inoltre voltare le spalle al futuro (no future?) visto come il paradiso del consumatore e si esilia, si rifugia nell'infanzia, nell'androginia, nel disordine. Sono passati un po' di anni dalle parole di Reynolds e i confini si sono, per così dire, avvicinati. Il nuovo indie riscopre la dance, la pista, l'estetica e il nuovo pop si lascia affascinare da suoni più underground e "sporca" la sua patina levigata. Resta l'atteggiamento, la spinta da cui tutto parte, il senso del fare musica, o forse semplicemente il "modo". Segno di una continua evoluzione, di una generation (beat, blank o rave) figlia del tempo che scorre e batte un ritmo sempre nuovo. Indie o pop che sia l'importante è che ci siano ancora canzoni e musiche capaci di raccontare quello che siamo. Osvaldo Piliego
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