| JIMI HENDRIX | ||||
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Il disco che probabilmente si rivela come il più importante ed atteso del 2010, uscito il 9 marzo, è stato registrato quarant’anni fa, da un musicista deceduto quarant’anni fa: ci sarebbe da riflettere sullo stato di salute della musica attualmente in circolazione, se non fosse che la circostanza enunciata è attinente a uno degli artisti più importanti e influenti del secolo scorso, reale icona della chitarra e del rock.
Hendrix è senza ombra di dubbio il chitarrista più noto alle masse che sia mai esistito, sia per la sua magnificenza chitarristica, compositiva e più in generale artistica, che per la sua figura di personaggio ‘maledetto’ impelagato in una vita di eccessi culminati nella morte a soli 27 anni, nel settembre del 1970, per cause non ancora ben accertate, sebbene la tesi più accreditata voglia che il chitarrista sia morto soffocato dal proprio vomito a seguito di un micidiale cocktail di alcool e tranquillanti. In realtà Jimi alla fine della sua brevissima ma sensazionale carriera - appena quattro anni - non sopportava molto l’idea di dover fare “il Jimi Hendrix” a vita, di dover continuare a suonare chitarre coi denti o incendiarle, tanto che arrivò a insultare pesantemente, durante uno degli ultimi concerti (28/01/1970 a New York), una fan che gli chiedeva di suonare Foxy Lady. L’istrionico maltrattatore di chitarre dal piglio mascolino (che però pare avesse finto a suo tempo la propria omosessualità per farsi congedare dai propri incarichi militari) era ad onor del vero un tipo molto timido e insicuro di sé, che detestava la propria voce, e che probabilmente anche per questa sua insicurezza fu preda di ogni sorta di estremismo lisergico. Di conseguenza probabilmente Jimi con ogni probabilità non sopporterebbe di buon grado l’idea che la sua famiglia, a quarant’anni dal suo trapasso, continui abilmente a lucrare sfornando materiale che il chitarrista, di origini miste cheyenne e afroamericane, aveva semplicemente registrato ma del quale non aveva avuto né il tempo né il modo di acconsentire alla pubblicazione. E c’è ancora tanto di che lucrare, dal momento che era caratteristica fondamentale di Hendrix la continua sperimentazione in studio, che portava a interminabili e sfiancanti sessioni di registrazione (al punto di indurre allo sfinimento e all’abbandono il produttore Chas Chandler che l’aveva scoperto e lanciato nel 1966); dunque esistono chilometri di nastri non ufficialmente pubblicati, che potranno garantire una vita lussuosamente serena ai suoi eredi. Valleys of Neptune è una raccolta di 12 brani con 2 bonus track, estrapolati dalle sessioni avvenute a cavallo dei due dischi ufficiali Electric Ladyland (1968) e Band of Gypsys (1970), con un notevole lavoro di produzione operato congiuntamente da Janie Hendrix, Eddie Kramer e John McDermott: ad essere sinceri il materiale realmente e completamente inedito è ben poco, in quanto quasi tutti i brani erano in qualche modo apparsi all’interno di bootleg, o erano stati già pubblicati in altre versioni - basti pensare che, ad esempio, Stone Free, il brano di apertura, era già stato la facciata B del primo singolo di Jimi, Hey Joe (1966). Ciò non toglie, però, che siamo sempre di fronte alla musica di Jimi Hendrix, e nonostante questo disco sia una palese operazione di rastrellamento finanziario, fa sempre un grande piacere ascoltare il chitarrista alle prese con una fulminante versione di Fire, o con un omaggio infuocato ai Cream di Sunshine of Your Love, o con una versione strumentale e dilatata di Red House. E fa anche piacere sapere che qualcuno, grazie al tamburellare mediatico correlato a questo album, possa magari scoprire per la prima volta la magia di un artista che il mondo continua ad ascoltare a distanza di quarant’anni dalla scomparsa, e che continuerà sicuramente ad ascoltare anche fra quarant’anni. Marcello Zappatore
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