| QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI | ||||
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Un volto racconta molto più di mille parole. Un’immagine spiega un evento meglio del saggio più articolato. Un video sintetizza in maniera implacabile sensazioni, umori, odori, idee. E anche i luoghi possono far scaturire sensazioni. Il primo binario di una stazione del sud e un claustrofobico vagone ti portano con la mente agli anni ’50 e ’60 quando i pezzenti eravamo noi, quando gli “itagliani” erano costretti a lasciare le proprie famiglie per andare alla ricerca di un lavoro necessario per mantenerle.
La mostra Migranti, coordinata da Farm in un ampio progetto della Regione Puglia e in collaborazione con Ferrovie dello Stato, racconta tutto questo e va anche oltre, illustra il passato per delineare il presente. Se un tempo i pezzenti eravamo noi, ad un certo punto ci siamo resi conto che qualcuno stava anche peggio. Il percorso della mostra è diviso in tre sezioni: emigrazione italiana e pugliese negli Stati Uniti (dal 1900 al 1929); emigrazione pugliese in Europa e nel Nord Italia (dal 1946 al 1976), immigrazione in Puglia. Oltre 300 foto provenienti da musei, archivi storici, istituti, fondazioni, affiancate da opere di grandi fotografi e fotoreporter, come il brindisino Pier Paolo Cito, finalista del Premio Pulitzer nel 2007; video selezionati da Teche Rai e Istituto Luce; spezzoni di film, scelti da Massimo Causo, come Il Padrino, Rocky, Nuovomondo, Rocco e i suoi fratelli e molti altri. Le voci narranti, che accompagnano i visitatori lungo l’esposizione, sono di quattro attori pugliesi molto diversi per percorso artistico e generazione: Mario Perrotta, Michele Placido, Sergio Rubini e Cosimo Cinieri. Attraverso i dodici carri ferroviari che compongono la mostra, si parte dai lunghi viaggi verso il Nord America. La Statua della Libertà salutava da lontano l’arrivo del carico di disperati, stipati nei grandi transatlantici. E qui erano tutti attesi da una sorpresa, una visita psicologica che ha dell’incredibile, prove di intelligenza volute dagli americani xenofobi per attestare l’inferiorità degli italiani. Una cosa che non è molto diversa dal nostro parlare all’infinito con un qualsiasi straniero, considerato incapace di coniugare i verbi. E le analogie tra passato e presente non finiscono qui. Nella mostra si racconta della xenofobia nei nostri confronti, di come gli italiani fossero considerati “non white”, non bianchi, una sorta di mulatto. Dopo i neri, i nostri immigrati erano quelli trattati peggio e non solo in America ma anche in Europa. Episodi di violenza e di razzismo culminati nel clamoroso caso del pugliese Nicola Sacco e del piemontese Bartolomeo Vanzetti, arrestati e accusati di rapina e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927. La loro colpa principale era quella di essere anarchici e italiani. La seconda sezione è dedicata all’emigrazione pugliese nel dopoguerra che portò i nostri uomini verso l’Europa e il Nord Italia. Dalla nave si passa al treno (il mitico Freccia del Sud) che diventa il simbolo di una emigrazione di massa verso i grandi stabilimenti del nord Italia, le industrie di Germania e Svizzera, le miniere in Belgio. Il lavoro nei Paese Bassi era frutto di protocolli d’intesa tra stati. Non si andava a lavorare e basta. Si era scambiati con il carbone. E le condizioni di vita erano durissime, lavoro massacrante e ore libere trascorse nei vecchi campi di prigionia. Casermoni in legno che avevano ospitato i prigionieri russi e tedeschi durante la guerra. Questa era l’accoglienza riservata agli italiani. Quelli che i francesi chiamavano Ritals, come racconta Gianmaria Testa in una sua canzone tratta dall’album Da questa parte del mare, nato proprio sulle coste pugliesi. “Lo sapevamo anche noi il colore dell’offesa e un abitare magro e magro che non diventa casa e la nebbia di fiato alla vetrine e il tiepido del pane e l’onta del rifiuto lo sapevamo anche noi questo guardare muto”, parole che abbiamo dimenticato per anni e che tutto d’un tratto abbiamo inflitto a chi è arrivato da noi. C’è molta differenza tra il trattamento riservato agli italiani delle miniere e quello che viene riservato ai “negri” dei pomodori o delle angurie? Ritals, maccaroni, cincali: così venivamo chiamati oltralpe, con disprezzo. E poi c’è l’emigrazione interna quella che Rino Gaetano raccontava in E cantava le canzoni. “E partiva l’emigrante e portava le provviste, due o tre pacchi di riviste, e partiva l’emigrante ritornava dal paese, con la fotografia di Bice bella come un attrice”. Ci sono le foto delle stazioni, asserragliate di uomini e donne che si passano valigie enormi dai finestrini. Scatole di cartone legate con lo spago, immagine semplice della povertà che va in cerca di fortuna. E poi gli aromi, gli odori, i sapori di quei treni, raccontati da chi c’è stato, gli “stanati” di pasta al forno, le verdure “biologiche”, i formaggi, il pane, il vino, l’olio, il caffè da portare al nord. Ad un certo punto’Italia da terra di partenza diventa terra di approdo. Forse non eravamo preparati, forse non sapevamo cosa fare. La terza sezione di Migranti racconta l’immigrazione in Puglia, in particolare quella iniziata con la caduta del Muro di Berlino e dei regimi comunisti, con la nostra regione che da sud dell’Europa diviene in poco tempo centro del Mediterraneo, ponte tra sud e nord del mondo. Questo periodo può essere ben sintetizzato da una sola immagine. Quella del mercantile “Vlora” partito da Durazzo e attraccato nel porto di Bari l’8 agosto 1991 con circa 20mila persone a bordo. Uomini, donne, anziani e bambini, presi e deportati nel vecchio Stadio delle vittorie, sul lungo mare di Bari, andato in pensione solo un anno prima per lasciare spazio all’astronave San Nicola, costruita per i Mondiali di Italia ’90. Dopo la caduta del regime di Enver Hoxha, gli albanesi iniziano a guardare la Rai (prima vietata) e sognano il nostro paese. I viaggi della speranza cominciano dalla primavera, dai porti di Valona e Durazzo verso Bari, Brindisi, Otranto. “E noi cambiavamo molto in fretta il nostro sogno in illusione incoraggiati dalla bellezza vista per televisione disorientati dalla miseria e da un po’ di televisione”: Ivano Fossati, nella canzone Pane e Coraggio, di Lampo Viaggiatore (2003), tinteggia così le speranze dei viaggiatori. Migranti, per raccontare queste speranze, si affida agli artisti albanesi Adrian Paci, Alfred Mirashi, Parlind Prelashi, Artan Shabani, giunti in Italia con le carrette del mare negli anni Novanta e oggi famosi a livello internazionale. Il treno partito dalla stazione ferroviaria di Lecce il 19 febbraio, ha seguito queste tappe: Brindisi Centrale dal 25 al 28 Febbraio, Taranto dal 1 al 4 Marzo. Le prossime fermate saranno: Bari Centrale dal 5 al 11 marzo; Foggia dal 12 al 15 Marzo. Il lungo percorso terminerà presso la stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova, dove il treno farà tappa dal 19 al 22 marzo. Info su www.migrantipuglia.it Pierpaolo Lala
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