LE DUE K
Scritto da Mauro Marino    Giovedì 04 Marzo 2010 12:43    PDF Stampa E-mail
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Cos’è il fattore K? Esiste un fattore K? In Puglia c’è il Kismet e c’è Koreja: una K e sei lettere per ciascuno, a fare il nome. Non è l’unico segno comune, di più sostanzioso c’è l’abitare in periferia. La prima K sta in fondo a via San Giorgio Martire, a Bari, in una approssimativa zona industriale, dove fino a pochi anni fa non c’era ancora l’acqua potabile, l’altra in via Guido Dorso a Lecce in un intrico di divieti di transito che trasformano l’andare a teatro in una gimcana. L’acqua e i divieti, segni di un rigetto istituzionale che solo gli anni di lavoro hanno sanato permettendo un pieno riconoscimento alla funzione e al valore maieutico del fare teatrale.

Due luoghi così, “di frontiera”, sempre “regali” nonostante tutto. Due luoghi della bellezza e dello sconfinamento dei generi, a tessere le linee del teatro di ricerca in Puglia.
Il margine è luogo di nutrimento, di mire acute che affinano l’ascolto, l’accoglimento dell’altro. Non è questo il teatro? Non è questa la missione che, più o meno 20 anni fa, si son date compagini differenti eppure molto affini nel determinarsi e nel cercare relazioni, contatti capaci di confermare e realizzare il loro desiderio di teatro. La voglia di poter giocare la scena in una soluzione capace di una profonda sintesi culturale, leva ad altro guardare.

Oggi scopriamo il valore profondo della nostra Regione, ma quando costoro iniziarono, la Puglia e  il Salento, in particolare, erano territori remoti, scordati e sconcertanti per molti versi.
Un Sud ancora avvolto dal silenzio, piegato nella soggezione. Un Sud senza scena, senza Teatro eppure profondamente teatrale nelle sue rappresentazioni: il “carico” architettonico con le sue simbologie, le tradizioni popolari, la festa, il culto dei santi. L’intimità della lingua popolare, le tessiture metropolitane della città di Levante, la mediterraneità, non avevano interpreti, pensiero. Nessuno, che da “ribelle” potesse re-interpretare, finalizzare al Tempo, alla contemporaneità, quel portato originario, ancora incartato - al meglio - nelle pagine dei libri di etno-antropologia che scritti pochi decenni prima – avevano detto, sollecitato: “Guardate lì, c’è da fare… C’è teatro, c’è necessità di lingua, di atti reinterpretativi”.
Qualcuno potrà obiettare: “Ma come, e il Petruzzelli? E le stagioni di prosa, la lirica?”.
Non scrivo di quello, anzi scrivo “contro” quello, scrivo di un teatro senza il pelo buono, di un teatro senza denari, un teatro di outsider, fatto di sguardi, di tentativi, di errori che educano e aggiustano il tiro, crescendo e sempre nascendo al crescere.

Le due K (e poi molti altri) in qualche modo, quel teatro, lo hanno realizzato, in Puglia, tentando l’impresa, la scommessa evoluta di un teatro profondamente politico e intensamente culturale nel proporsi “autonomo”.
Nel produrre scena e nell’organizzare la scena: linea (ancora) comune alle due K. In questa doppia funzione il valore, sedimentato in anni di lavoro sino al divenire istituzione essi stessi: teatri stabili d’innovazione, ruolo di preminenza nei territori che ancora di più apre lo sguardo dei facitori nella responsabilità di divenire levatrici e tutori di quando intorno vive e ancora desidera nell’indeterminato dell’esprimersi.
Molto accade in queste “periferie”, s’allevano talenti attitudini e mansioni tutte utili alla macchina: attori, tecnici, organizzatori e contabili. Drammaturghi e scenografi, fini light-designer e dotti fonici. La fabbrica migliora con il fare e questo è accaduto, anche rinnovando, allo sconto generazionale.

Anche il fatto drammaturgico assorbe, col tempo, l’osare dei maestri Carmelo Bene, Eugenio Barba, (altri nomi di illustri pugliesi sull’altro fronte, quello organizzativo, con Carmelo Grassi anfitrione di Strelher al Piccolo di Milano), sfondi di pratiche svezzate dalla volontà di riuscire nel cercare tavole sicure dove provare la scena, lo spettacolo.
Il luogo è centrale in queste due esperienze. Il luogo è centrale comunque, ma qui, la determinazione a crearlo, sorprende. Non c’è stato un chiedere, un doversi piegare alla politica, il “per favore” della clientela.
Una K, quella barese di Kismet - che nel nome porta il sanscrito di “felice destino” - nel “1989 inaugura la sua casa teatrale scegliendo, volutamente un ex capannone industriale, luogo preposto a valorizzare un’idea di teatro come officina artistica, fucina di idee, luogo d’incontro, centro di cultura e di dialogo permanenti”.
L’altra K, quella “del tre in uno” di Koreja, dopo un decennio in campagna, nel Castello delle Tre Masserie ad Aradeo – sceglie nei primi anni Novanta, a Lecce, un ex mattonificio in rovina e lì viene su il cantiere dei Cantieri Teatrali, “un luogo dove poter costruire gli spettacoli ma anche una “casa” dove incontrare gli altri, la comunità”.
Vedete, le linee di lavoro sono convergenti, allora esiste un fattore K: la ricerca di una lingua, di un affinamento stilistico, ma anche l’urgenza di essere e sentirsi motore culturale nella comunità, “bene comune” che serve il “bene comune”. Un due nel “doppio” della necessarietà.
C’è un piccolo illuminante passaggio in Antonin Artaud che voglio riportare: “Non ho mai studiato nulla, ma vissuto tutto e ciò mi ha insegnato qualcosa” e ancora “Sapevo che avevo sofferto dell’essere e di essere perchè non ho mai voluto essere un rassegnato come gli altri”.
La necessarietà del due sta nell’assenza che morde e nella presenza che sollecita. Questa l’avventura, questo il teatro, questo il fattore K delle Puglie.
Mauro Marino

 

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