| CIAK SI PUGLIA | ||||
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Se parliamo di crescita culturale della Puglia negli ultimi anni dobbiamo sottolineare il ruolo che ha svolto il cinema. Esso è diventato un importante veicolo di promozione del nostro territorio: da quando film, fiction, spot televisivi hanno deciso di usare come “location” le nostre coste e i nostri centri storici, sicuramente la Puglia è diventata più celebre in giro per l’Italia e non solo. Le grandi produzioni hanno scommesso sulla Puglia, investendo grandi capitali. Una presenza che ha consentito anche la crescita di una generazione di addetti ai lavori. Ma partiamo per gradi e iniziamo questo rapido viaggio nel mondo del cinema pugliese. È ovviamente impossibile fare un censimento, ancor più difficile forse che per la musica, giacché ancor più ostico stabilire dei criteri omogenei. Se nella musica, oltre al nostro gusto personale, uno dei criteri di scelta era stata la pubblicazione di un lavoro discografico, nel cinema basarsi sulla semplice “uscita” non basta. E la distribuzione? La partecipazione in concorso ai festival? Il botteghino? Cosa citare e perché? Alla fine abbiamo scelto di fare un rapido viaggio ascoltando tre registi e citando alcune delle opere realizzate tra corti, lungometraggi e documentari. Non vogliamo raccontare e censire quanto prodotto in questi anni, ma semplicemente delineare una scena e la sua possibile evoluzione.
Due dei registi pugliesi più celebri e prolifici sono sicuramente Sergio Rubini e Michele Placido. Il primo ha realizzato in questi anni La terra (2006), Colpo d’occhio (2008) e il recente L’uomo nero (2009). Placido dopo il grande successo di Romanzo criminale (2005) ha firmato il controverso Il grande sogno (2009) e Il fiore del male (2010). Mentre Alessandro Piva (fermo a Mio cognato del 2003) è al lavoro sul suo terzo lungometraggio, una delle sorprese di questi ultimi mesi è stata Focaccia Blues dell’eclettico regista barese Nico Cirasola. Una storia incredibile nella quale una grande multinazionale, la McDonald’s, viene sconfitta dalla cucina pugliese e dal pane di Altamura. Il 2008 ha portato fortuna al salentino Edoardo Winspeare e ai suoi Galantuomini con Fabrizio Gifuni (intervistato a pag. 54) e Beppe Fiorello. La protagonista femminile Donatella Finocchiaro ha conquistato il premio Marc’Aurelio d’argento, come migliore attrice al Festival Internazionale del Film di Roma. Winspeare, dopo Pizzicata, Sangue Vivo e Il miracolo, ha affrontato un tema molto complesso e controverso. Il Salento mafioso e violento dei primi anni ’90, quello dominato dalla Sacra Corona Unita, sconvolto da omicidi e bombe intimidatorie. Una storia d’amore tra un uomo di legge e una donna di mala era scommessa difficile da giocare. Il trentenne bitontino Pippo Mezzapesa negli ultimi anni ha girato con successo i corti Come a Cassano e L’Altra Metà e l’interessante medio metraggio Pinuccio Lovero. Sogno di una morte di mezza estate, ospite alla Mostra di Venezia 2008 nella Settimana della Critica. Ora è al lavoro al suo primo lungometraggio che dovrebbe essere tratto da Il paese delle spose infelici dello scrittore tarantino Mario Desiati, anche se il regista non conferma. “Sono soddisfatto ma non appagato. Ho l’ossessione per il lavoro e per i riconoscimenti. Quando sistemo in bacheca un premio penso subito a come riempire lo spazio accanto. Scherzo. Ma neanche più di tanto. Di una cosa sono davvero soddisfatto, di aver affrontato in questi anni un percorso coerente. Dopo Zinanà c’è stato un periodo che definirei pericoloso. Tutto sembrava possibile, le proposte erano allettanti, le scelte molto delicate. Accettare la regia di un lungo a ventiquattro anni (a quest’età per il cinema italiano sei un poppante) sarebbe stato un grande sbaglio”, sottolinea Mezzapesa. “Ho deciso, non senza sofferenze, di proseguire in un percorso più “normale”, girando corti, docufiction indipendenti e anche lavori su commissione come i numerosi spot firmati per l’agenzia barese Proforma e l’ultimo corto L’Altra Metà realizzato per Banca Intesa San Paolo. Ho anche deciso di creare una realtà produttiva super indipendente, la Fanfara Film, che scandagliando il “cinema giovane” italiano possa intercettare storie nuove, talenti da scoprire e realizzi opere con piccoli budget che solitamente le produzioni medio-grandi non riescono neanche a contemplare. Tornando quindi ai premi e alle critiche, certo, mi lusingano, ma la cosa che più mi inorgoglisce è l’aver saputo scegliere, aver avuto la forza di rinunciare per creare una strada tutta mia”. “Sono tanti e bravi i film maker che si cimentano nel racconto della realtà in Puglia”, sottolinea Davide Barletti. Dopo Italian Sud Est (2003) firmato come Fluid Video Crew, Barletti ha proseguito la sua carriera realizzando molti lavori. Nel 2008 ha esordito, con Lorenzo Conte, in un lungometraggio di fiction Fine Pena Mai (tratto dal libro Vista d’interni di Antonio Perrone, edito da Manni) con Claudio Santamaria e Valentina Cervi, da cui è scaturito il documentario sulla storia della Sacra Corona Unita Diario di uno scuro. Molto interessante anche il viaggio di Radio Egnatia. “La cosa interessante sono le giovani generazioni, quelle che negli ultimi anni si sono imposte anche nei grandi festival, vedo un grande entusiasmo e una mentalità di lavoro artigianale che rimane e che sicuramente porta a raccontare angoli e visioni di questa terra in maniera non didascalica e con grandi spunti creativi. È dal 1995 che realizzo video, documentari e film, è una passione che si è trasformata in lavoro, posso ritenermi fortunato e soddisfatto. Sicuramente non è facile in questo momento, soprattutto alla luce della crisi attuale, dei pochi fondi disponibili e del doversi sempre inventare un nuovo lavoro e un nuovo reddito, la scelta di essere indipendente ha dei vantaggi ma anche enormi scotti da pagare. Sono contento perché negli anni ho fatto, insieme ai miei compagni, una ricerca che mi ha permesso di indagare il mondo e soprattutto di conoscere e raccontare meglio la mia terra. I progetti per il futuro a volte non dipendono tanto da noi ma delle condizioni produttive che si creano, ecco perché mi piacerebbe affiancare al lavoro di regista anche quello di piccolo produttore indipendente, produrre e promuovere il lavoro di altri ritengo che sia importante e stimolante. In questi mesi sto scrivendo un nuovo film per il cinema ma la strada è sicuramente in salita e parallelamente realizzo un ritratto di una grande documentarista italiana: Cecilia Mangini”. Sempre nell’ambito del documentario si muove Paolo Pisanelli, una delle anime di Big Sur. Dopo Il sibilo lungo della taranta (2005), Pisanelli ha realizzato Il teatro e il professore che racconta l’esperienza del Centro Diurno di via Montesanto a Roma. “Penso che il cinema non sia solo un’avventura creativa, ma un modo di vivere, di conoscere, di lottare”, sottolinea Pisanelli. “Il mio impegno civile e politico mi spinge a confrontarmi molto con i ragazzi giovani, da quest’anno insegno all’Università di Teramo. Mi piace insegnare e fare film, attualmente sono in fase di montaggio di un film sulla ricostruzione in Abruzzo, una terra bellissima violentata dalle scosse sismiche e dalle manipolazioni e mistificazioni politiche”. Paolo Pisanelli è anche direttore artistico del Cinema del Reale. “Se fai film documentari devi sempre pensare anche a come diffondere il tuo lavoro e come comunicare con le persone, perché non è show business e non ci sono canali di diffusione adeguati, tranne i festival che sono per lo più al Centro Nord. La nostra Festa è unica in Italia, ha sempre avuto un grande successo di pubblico e abbiamo iniziato a portare Cinema del Reale in Europa (Parigi, Cracovia, Berlino)”. La scena documentaristica pugliese è molto attiva. “Ci sono state condizioni culturali favorevoli ma forse è anche una reazione ai reality e alle storie pre-confezionate che ci sommergono. Raccontare è un atto liberatorio e c’è bisogno di libertà. Tra i giovani stimo Mattia Soranzo, Chiara Idrusa Scrimieri, Carlo Schirinzi e Pippo Mezzapesa e mi ha colpito l’opera prima di Rossella Piccinno”. Sarebbe difficile fare un elenco dei registi e dei film maker che si sono cimentati con documentari e cortometraggi, segnaliamo, tra gli altri, Josè Corvaglia, Andrea Costantino (è suo Sposerò Nichi Vendola), Francesco Lopez, Cosimo Damiano Damato (che ha firmato Alda Merini- Una donna sul palcoscenico), Davide Pepe (che con Giardini di Luce è approdato al Festival di Berlino), Paolo De Falco, Corrado Punzi, Gianni De Blasi, Maurizio Sciarra, Mimmo Mongelli, Vito Palmieri, Michele Bia, Massimiliano Verdesca e molti altri ancora, con i quali mi scuso per la mancata citazione. Non solo terra di partenza per tanti giovani (e meno giovani) registi, come dicevamo prima, la Puglia è anche terra di approdo per produzioni grandi e piccole. In questi anni sono stati tanti i film girati in Puglia, tra gli altri Piede di Dio di Luigi Sardiello con Emilio Solfrizzi, Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari con Elio Germano e Michele Riondino, Manuale d’amore 2 – capitoli successivi di Giovanni Veronesi, celebre per la scena d’amore tra la Bellucci e Scamarcio, Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, La seconda notte di nozze di Pupi Avati con Antonio Albanese, Katia Ricciarelli, Neri Marcorè, il dimenticabile Ne te retourne pas di Marina De Van, con Monica Bellucci e Sophie Marceau, addirittura in concorso a Cannes, Mine Vaganti (in sala dal 12 marzo) di Ferzan Ozpetek, Cado dalle nubi di Gennaro Nunziante con Checco Zalone, oltre alla famosa fiction Il giudice Mastrangelo con un Diego Abatantuono più impegnato a pescare e a girare in auto lungo la costa salentina che a risolvere i casi di giustizia. Una fiction che ha consegnato alla storia un’immagine forse un po’ troppo “arcaica” e “turistica” del Salento. Dopo una prima fase di vero e proprio spontaneismo, durante il quale le produzioni decidevano di girare in Puglia solo perché si spendeva meno e si potevano battere territori cinematograficamente incontaminati e bellissimi, dalla nascita dell’Apulia Film Commission (vedi l’intervista a pag. 12 con il direttore Silvio Maselli), il sistema Puglia si sta affinando. Non solo progetti e soldi a disposizione delle produzioni ma anche la nascita dei due cineporti (uno a Bari e l’altro a Lecce) che porteranno sicuramente benefici a tutto il movimento. Il lavoro dell’Apulia Film Commission ha suscitato anche critiche ma molti riscontri. “Credo che l’istituzione di una Film Commission rappresenti un passo molto importante per rendere sistema l’idea del cinema in Puglia”, sottolinea Pippo Mezzapesa. “L’Afc è un punto di riferimento fondamentale, al di là dei sostegni economici, che però considero assolutamente secondari. Adesso chi fa cinema (o chi sogna di farlo) sa a chi rivolgersi, che sito consultare per avere informazioni su qualsiasi produzione venga a girare in Puglia, a chi consegnare un curriculum con la garanzia che questo non sia miseramente cestinato. In questo immenso set cinematografico che è la Puglia, la presenza di una Film Commission che in pochissimi anni è diventata una delle più attive e apprezzate d’Italia, non può che farci sperare in un incremento sempre maggiore dell’industria cinema nella nostra regione”. Positivo anche il giudizio di Paolo Pisanelli “Credo che in Puglia negli ultimi anni le attività culturali siano state sostenute come non era mai avvenuto prima. L’Apulia Film Commission è partita sull’esperienza del Salento Film Fund ispirandosi ai modelli migliori e in questi anni ha svolto un grandissimo lavoro per quantità e qualità di iniziative. L’obiettivo di attrarre investimenti e promozione dell’immagine della Puglia è stato sicuramente raggiunto, ora si tratta di tutelare veramente il lavoro delle maestranze pugliesi e soprattutto avviare un fondo dedicato al finanziamento per il cinema documentario e indipendente, che è il cinema che cura i luoghi e le persone reali, ha un coinvolgimento forte nelle questioni sociali e culturali, non usa i luoghi come tappezzeria o sfondo scenografico. È un cinema spericolato e combattivo, ma ha risorse limitate e deve essere sostenuto con forza da interventi pubblici di Enti che mirano allo sviluppo del proprio territorio: in questo lo Stato e il Ministero dei Beni Culturali sono venuti meno alla propria funzione”. Un’attenzione al documentario ribadita da Davide Barletti. “L’intervento pubblico in una regione dove non esiste un forte tessuto privato che investe nell’audiovisivo è fondamentale. Sicuramente però noi registi e produttori non possiamo rassegnarci al pubblico come unica fonte di sostegno, sarebbe un grande errore. Penso ai nostri imprenditori, alle possibilità che le nuove leggi come il Tax shelter e il Tax credit offrono per defiscalizzare i guadagni per reinvestirli nella produzione cinematografica, penso ai grandi gruppi televisivi regionali che potrebbero a volte investire un po’ meno in noiosissimi programmi spot o nelle dirette televisive della sagra della polpetta e investire invece nelle risorse dei giovani film maker o nell’invenzione di format e programmi più innovativi e più capaci di relazionarsi con un settore creativo e professionale in costante crescita”. In questo rapido, e forse superficiale, percorso nel cinema pugliese abbiamo volutamente omesso il lavoro degli attori che sono tantissimi e che si stanno affermando nel panorama nazionale. Ma una citazione d’obbligo dobbiamo riservarla, in chiusura, a coloro che il cinema lo fanno, dietro le luci. Si chiamano macchinisti, attrezzisti, elettricisti, scenografi, segretari di edizione, producer. Anche grazie a loro lo spettacolo continua. Pierpaolo Lala
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