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Qualche anno fa, con il suo particolarissimo, del tutto inconsapevole estro naif, a un giornalista che gli domandava cosa pensasse dell’affermarsi nel panorama jazz di personaggi a suo dire formidabili come Nicola Conte, Enrico Rava reagì tagliando corto: “Nicola Conte chi? Col jazz non c’entra nulla!”. E più tardi, a un divertito Stefano Bollani, che chiedeva il perché di una risposta così secca e asciutta, il maestro ribatté: “Mai sentito, e se non l’ho mai sentito vuol dire che non fa jazz”. Che detto da lui, protagonista del jazz mondiale da varie decadi, tuona come un assunto inconfutabile. Epperò, oltre a una sospetta vicinanza di Conte agli ambienti del jazz internazionale, al trombettista torinese sfuggiva che proprio nelle sue formazioni hanno militato a lungo quei giovani jazzisti pugliesi che al dj e produttore barese, e al suo club Fez, vera e propria fucina culturale degli anni ’90, devono gran parte della loro formazione musicale. I nomi di punta del panorama, ormai affermati in Italia e all’estero, come quelli di Gianluca Petrella (spessissimo al fianco di Rava), Gaetano Partipilo, Fabio Accardi, Mirko Signorile, Mauro Gargano, gli stessi che negli ultimi anni hanno ricevuto riconoscimenti internazionali e occupato i primi posti del Top Jazz della rivista Musica Jazz, hanno tutti orbitato attorno a quel fervido laboratorio in cui confluivano, sotto la direzione artistica di Nicola Conte, i nuovi suoni del jazz d’oltremanica, sapientemente miscelati col sound Blue Note degli anni ’60.
Comunque si voglia accogliere il loro reale apporto in termini strettamente musicali alla scena jazz del tacco d’Italia, Nicola Conte e il circolo Fez sono termini di paragone imprescindibili. Soprattutto considerando che, attualmente, pare non esserci più un luogo che abbia quella stessa funzione di cantiere culturale, avamposto della sperimentazione, catalizzatore di nuovi talenti attivo tutto l’anno e in grado di diramarsi in tutta la regione e oltre. Non solo, alcune delle realtà storiche pugliesi, quelle che hanno portato al sud molti dei musicisti tra i più innovatori della scena internazionale, senza mai propinare cartelloni scadenti e acchiapponi, hanno dovuto cedere ai tagli di fondi, all’ostracismo e all’incuria delle amministrazioni, forse alla distrazione del pubblico cui erano destinate: l’Europa Jazz Festival di Noci, fondato da Pino Minafra e Vittorino Curci, che ha visto la sua ultima edizione nel 2000, e un fiore all’occhiello come il Talos di Ruvo di Puglia. È vero che i luoghi attivi del jazz negli ultimi cinque anni hanno registrato una crescita notevole: si pensi, tra i molti, al Festival Jazz di Orsara, in provincia di Foggia, e al suo corredo di ottimi workshop; al Moody Jazz Cafè, sempre in territorio foggiano, che ospita concerti con cadenza settimanale e ha una programmazione di qualità; ai club Ueffilo di Gioia del Colle e 1799 di Acquaviva delle Fonti; ai festival Beat Onto Jazz, Multiculturita di Capurso, e a quelli di Barletta, Fasano, Ceglie; al Bari in Jazz, diretto da quell’altro grande rappresentante del panorama musicale di Puglia che è Roberto Ottaviano, e al Locomotive di Sogliano Cavour, della brillante rising star Raffaele Casarano. Un festival che nell’ultima edizione, quella dell’agosto 2009, ha coniugato i viaggi bandistici su rotaie ispirati dal suo mentore Paolo Fresu alle sonorità londinesi di quel prodigioso talento di Soweto Kinch. Purtroppo, è altrettanto vero che certe mancanze incidono assai di più sulle ambizioni culturali di un territorio. La riflessione generalizzata è che manchino delle amministrazioni che investano in cultura prima che in spettacolo, puntando su una programmazione seria e continuata, piuttosto che su eventi sporadici. Restando nel Grande Salento, a fronte di un numero crescente di ottimi musicisti, e di un grande fermento culturale negli ambiti più diversi, il jazz pare avere uno spazio davvero troppo ridotto. Tra Brindisi e Taranto succede ben poco, e anche qui quel che c’era d’interessante, come la stagione dell’associazione Antiphonae di Martina Franca, ha subìto proprio lo scorso anno una battuta d’arresto, dopo essere stata costretta, nei tre anni precedenti, a spostarsi a Locorotondo a causa dei mancati finanziamenti. In provincia di Lecce, mentre il paesaggio estivo si arricchisce della prima edizione dell’Otranto Jazz Festival, la rassegna Jazz in Puglia, dopo un decennio di attività ininterrotta, registra nel 2009 il primo anno di fermo; l’attività del circolo T.S. Monk di Maglie, partita nel ’97, si è ridotta progressivamente fino quasi a sparire; nel capoluogo, la stagione invernale di Jazle, dopo circa dieci edizioni di gran pregio, chiude i battenti; e il Cagliostro resta l’unico club storicamente votato al jazz nella città barocca. In altri locali leccesi e della provincia, enoteche e caffè, continuano a proliferare eventi saltuari che fanno ben sperare, ma a cui manca un dettaglio fondamentale per fidelizzare il pubblico e appagare gli appassionati: la programmazione. Passando al lato strettamente musicale, impossibile pensare a un elenco, tanti e tali sono i talenti che la Puglia ha rivelato negli ultimi anni. Tra coloro che hanno tentato di riempire di senso la definizione di “jazz pugliese”, dando alla propria musica quell’elemento di specialità e distinzione attraverso una forma di sintesi tra ricerca e recupero delle radici musicali del sud, le personalità più rilevanti sono ancora quelle dei due colossi del jazz pugliese: il sassofonista barese Roberto Ottaviano, leader di progetti di grande levatura, e spesso al fianco del trombettista ruvese Pino Minafra, che oltre ad essere fondatore dell’Italian Instabile Orchestra, e di progetti come la Banda e la Minafrìc, è anche artefice di molte fondamentali formazioni come Meridiana Multijazz Orchestra, Canto General e Sud Ensemble (con il quale, nel 2005 ha licenziato per la tedesca Enja quel bellissimo disco che è Terronia). In tutte, Minafra ha avuto comprimari di prim’ordine, il più delle volte scelti tra le fila dei maggiori musicisti pugliesi, come il pianista Gianni Lenoci, il batterista Vincenzo Mazzone, la voce di Gianna Montecalvo, solo per citarne alcuni. Accanto a lui ha sviluppato il suo talento il figlio, Livio Minafra, pianista e compositore versatile e raffinato, anch’egli recente vincitore del Top Jazz, grazie anche a un disco pregevole come La fiamma e il cristallo (Enja, 2008). Referendum a parte, il panorama pugliese è costellato di musicisti di grande carattere. Dall’ormai noto sassofonista Raffaele Casarano - che ha già all’attivo buoni dischi, come l’ultimo Replay uscito per la Emarcy, e al cui fianco spiccano ottimi partner come Alberto Parmegiani, Marco Bardoscia, Ettore Carucci, Dario Muci - al modugnese Mirko Signorile, che già prima del suo ultimo, bel lavoro Clessidra aveva consolidato la sua fama a livello internazionale con The Magic Circle inciso con il Synerjazz Trio (con il batterista Vincenzo Bardaro e il fantasioso contrabbassista Giorgio Vendola, altra punta di diamante del jazz pugliese). In territorio foggiano sono emerse formazioni originali come il Nuevo Tango Ensemble; Trani ha dato i natali al pianista Davide Santorsola, molto apprezzato all’estero; mentre nel barese gli eccellenti jazzisti non si contano, merito anche del Conservatorio Piccinni, della scuola Il Pentagramma di Guido Di Leone e dell’Accademia Unika. Tra tutti, un “musician for musicians”, stimato e apprezzato da colleghi e operatori, e che a detta di molti non ha ancora avuto il riconoscimento che merita, è il bassista barese Pierluigi Balducci, il cui ultimo disco Stupor Mundi è un piccolo gioiello di composizione e arrangiamento. E proseguendo in una scansione del territorio viene fuori tutta una nuova generazioni di musicisti creativi e versatili, dal contrabbassista di Monopoli (ma residente in Olanda) Francesco Angiuli, all’ostunese fisarmonicista Vince Abbracciante, dal sassofonista barese Fabrizio Savino al trombettista salentino Andrea Sabatino, i cui percorsi si sono spesso intrecciati con quelli di altri notevoli musicisti della zona, come Giuseppe Bassi, Mimmo Campanale, il pianista magliese Francesco Negro, e il brindisino Nicola Andrioli, talento purissimo, con tecnica cristallina, testa e progettualità, ma forse ancora solo parzialmente espresso. Tra i jazzisti pugliesi più “europei”, che hanno conservato solo i natali e l’accento pugliesi, uno dei più creativi è il bassista Danilo Gallo, foggiano di nascita e veneto d’adozione, co-fondatore di una delle etichette più visionarie e sperimentali apparse in Europa negli ultimi anni, la El Gallo Rojo, e membro stabile dell’omonimo collettivo. Il più noto oltreconfine è senz’altro Gianluca Petrella, il cui stile inconfondibile lo ha portato ai vertici del jazz ai quattro angoli del pianeta, e il cui ultimo disco con la Cosmic Band, Coming Tomorrow – Pt One (per la sua neonata label, la Spacebone Records), è tra i migliori album apparsi di recente. Restando su Petrella è doveroso ricordare che la sua primissima registrazione da leader fu pubblicata dall’ottima Auand di Marco Valente, biscegliese, che di talenti ne ha lanciati parecchi (dal grande Francesco Bearzatti all’ultima, in ordine di tempo, scoperta Erica Mou, che non fa jazz, ma è un’altra grande pugliese di cui sentiremo presto parlare) e che negli ultimi cinque anni ha sfornato alcune delle migliori produzioni italiane. Di tutt’altro respiro è invece un’altra etichetta discografica fondamentale per lo scenario pugliese e non solo, la salentina Dodicilune, del musicista e compositore Gabriele Rampino (nonché direttore artistico di Jazle), che, partita dal jazz, si è aperta alle altre musiche (im)possibili, e il cui catalogo si è di recente arricchito di una nuova collana, la Koiné, dedicata alle voci. Un’etichetta che non solo ha tenuto a battesimo moltissimi dei giovani talenti di casa nostra (da Casarano a Sabatino, Bardoscia, Andrioli e così via) ma ha anche prodotto album che possono essere presi come esempio di rigore, raffinatezza e stile. Lori Albanese
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