God Machine
Scritto da Tobia D'Onofrio    Mercoledì 08 Luglio 2009 09:09    PDF Stampa E-mail
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Approfittiamo dell'imminente uscita del nuovo album dei Sophia per raccontare la triste saga di una delle band più influenti degli anni ‘90.
Nel 1991 il rock ha conosciuto una rinascita. È stato l'anno dell'esplosione grunge, del neonato brit-pop, del rock sonico di Achtung Baby; l'anno degli Slint di Spiderland, dei Kyuss (ancora non si parlava di post-rock e di stoner) e del cross-over di RATM, Biohazard, Neurosis (sul versante hardcore), Sepultura e in seguito Tool e Korn (sul versante metal), che ha traghettato la musica pesante verso nuovi lidi. In uno scenario così variegato, si è mosso un misconosciuto gruppo seminale, forse l'unico ad aver toccato in egual misura un po' tutte le tendenze su citate. Si tratta dei God Machine, una perla nera ignorata o sottostimata dai più. Robin Proper-Sheppard è il frontman della band che si muove da San Diego nelle case occupate europee, facendo base a Londra. L'innocente esplorazione del mondo e la densa ispirazione confluiscono nel crogiolo di un'avventura esistenziale totalizzante. Si apre il capitolo God Machine e il singolo apripista Home li presenta al mondo: un coro religioso, campionamento di Le Mystère Des Voix Bulgares (utilizzato anche dai Neurosis lo stesso anno), incensa l'aria di fragranze medievali; un pesante riff stoner apre le danze ipnotiche su rintocchi di batteria iper riverberati. Muri di chitarre noise ed effetti futuristici, completano il sound, un'architettura imponente e severa che tocca desolazione gotica e post-punk, deserti psichedelici post-grunge, ipnosi Zeppeliniane, un folk epico e visionario, come anche certo post-rock a venire. I testi sono di un ardente romanticismo che rimanda agli anti-eroi inglesi come Lord Byron.
Il monumentale e apocalittico Scenes From The Secon Storey porta con sè il seme che di lì a poco fiorirà in bands come Tool, Korn o Deftones, anticipando una ricetta musicale destinata a un successo planetario. Sheppard storpia gli accenti creando effetti di voce ammalianti, ripete intere frasi in estatici loop-mantra. Ascoltiamo del cross-over suonato con pulsioni romantiche, cavalcate lisergiche che si mischiano agli anni ‘80 di Ian Curtis e dei Talk Talk più rarefatti, strazianti dark-punk à la Cure, sobri campionamenti, ritmiche pneumatiche e marziali, devastanti muri di chitarre sature e sinfoniche come nei futuri Mogway. Dopo una manciata di singoli e concerti insieme a Nick Cave, Living Colour e Cop Shot Cop, il gruppo inizia le registrazioni del secondo album a Praga. "Un'Ultima Risata In Un Luogo Di Morte" vedrà il fulminante decesso del bassista prima ancora di essere pubblicato. È un poema capolavoro più che un concept-album. Le pulsioni affogate nel contrasto presenza-assenza, come fantasmi profetizzano i dolorosi eventi a venire. Quest'opera desolata e meravigliosa arrotonda gli spigoli della precedente e sguinzaglia il più intimo cantautorato. Molti pezzi sono suites alla ricerca della catarsi. Vortici di chitarre ronzanti, mulinelli noise, ritmiche solenni, sinfonismo neoclassico, sfoghi rabbiosi, melodie alienanti e addirittura il minimalismo di Albini. La scaletta è massacrante e perfetta, le liriche di un'intensità disarmante. Il gusto classico è manovrato da una sensibilità cinematica e futurista assolutamente contemporanea. Nel ‘95 Robin fonda l'etichetta Flower Shop Recordings e più in là il nuovo gruppo dei Sophia, malinconica espressione del vuoto esistenziale generato dalla saga God Machine. Ciliegina sulla torta di questa storia, i due album capolavoro sono ormai perle introvabili, visto che la Universal non intende ristamparli. Come unica consolazione resta l'ascolto dei Sophia, una carezza per le orecchie in cui impeto e acidità vengono messi da parte, per liberare un intimismo radicato in L. Cohen e N. Young, alla ricerca della melodia perfetta. I fan potranno godere dei concerti dal vivo, sperando in qualche preziosa cover che renda omaggio ad una delle esperienze musicali più importanti dei ‘90, consegnata tra le glaciali braccia del più profondo oblio.
Tobia D'Onofrio
 

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