| Locomotive conversation | ||||
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La scena è all'incirca questa: centro storico di una città del sud, notte fonda, i musicisti sono fuori da un locale a prendere una boccata d'aria dopo una jam, sciami di sconosciuti entrano ed escono dal torpore delle luci basse per chiedere da bere, da questa umanità si stacca una tipa e senza passare dalle presentazioni comincia a giocare ai quattro cantoni coi musicisti, lì per lì, si tratta di guadagnare un posto nel cerchio umano partendo dall'isolamento del centro, di tanto in tanto i passanti attraversano le linee invisibili del gioco, i musicisti e la tipa ridono correndo sotto una pioggia sottile, non si conoscono, proprio come i bambini quando si mettono a giocare spontaneamente in un cortile.
La scena non è stata inventata apposta per un racconto, quei musicisti me lo possono confermare, conosco i loro nomi perché la tipa ero io. Sullo sfondo, musica. Musica e scrittura. Come stormi migratori che in un certo parallelo si incrociano e si combinano formando disegni. Puoi trovare una forma a quei disegni anche a occhio nudo, se ti riesce. E' come andare a orecchio. E quello che ti viene da pensare è che sarebbe bello sapere da che parte arriverà il suono che cambierà tutto in un mondo elementare, al capolinea d'Italia, in mezzo ai due mari. Quando quel suono arriva, dal sax di un ragazzo che si curva leggermente col suo strumento come per mandare più lontano possibile ciò che va soffiando lì dentro, sai che stai ascoltando qualcosa che prima non c'era, è entrata in quell'ottone e ne è uscita in forma di musica: sgranata, luminosa, oscura. Ti viene da pensare: non dev'essere facile fare bene qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Musicisti in gamba ce ne sono, certo. Ma quelli capaci di inventare luoghi che prima non c'erano, quelli sono pochi. Non solo luoghi sonori, al di sopra della letteralità della vita, ma proprio contenitori fisici, idee che si fanno evento. Un'idea di spettacolo, per esempio, che somiglia a un treno, lungo un binario impossibile dove si incrociano storie, destini, geografie, partiture, profili di passeggeri, intuizioni. Quella non è una locomotiva qualunque, la guida il sassofonista salentino Raffaele Casarano e viaggia sul serio, con una tempistica che toglie il fiato rivelando un talento multiforme, rarissimo: far viaggiare in quel modo un treno che non esiste.
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