| COME UN NOIR | ||||
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L’Hotel Savoy a Sanremo è un edificio imponente, quasi monumentale. È situato tra Via Nuvoloni e Corso degli Inglesi ed è distante poche centinaia di metri dalla costa e dal lungomare. Nel 1967 l’Hotel Savoy è considerato il più lussuoso albergo di Sanremo, al pari forse del vicino Hotel Londra, capostipite della raffinata scuola alberghiera della città ligure. Proprio per queste caratteristiche l’Hotel Savoy è stato scelto dall’organizzazione del Festival di Sanremo come alloggio per gli artisti e come luogo di riferimento per tutte le persone che nei giorni del Festival lavorano e ruotano attorno all’evento. La struttura dell’albergo oltre all’edificio centrale prevede anche delle piccole dependance accessibili direttamente dall’esterno. In una di queste dependance si può arrivare entrando dal giardino attraverso una porta di legno bianco. Superata la porta vi è un corridoio con il pavimento di mattonelle colorate e a pochi passi c’è la stanza 219. La stanza 219 non è il massimo del lusso. Entrandovi trovi sulla sinistra un grande mobile a cassettoni e poi uno specchio, due sedie, un letto e una scrivania. Alla destra del letto c’è la porta del piccolo bagno privato. Non è una suite, è una stanza umile e modesta. Le stesse qualità dell’uomo che lì, in quella stanza, trovò la morte.
È da poco passata la mezzanotte al ristorante Nostromo. Un lungo tavolo è occupato da gente rumorosa che mangia, beve e parla ad alta voce. Seduto a quel tavolo, tra discografici e giornalisti e artisti, c’è un uomo di 29 anni. È giovane, vestito elegante. Indossa un completo scuro e una camicia bianca. Ha dei capelli neri e ben pettinati e uno sguardo serio e misterioso. Quello sguardo fece invaghire tempo prima la ragazza di fronte a lui, un’artista italo-francese molto bella. Lui si chiama Luigi. Mentre fuma una sigaretta e butta fuori il fumo dalla bocca gli zigomi marcati del suo volto si rilassano per un momento. È inquieto Luigi, più inquieto del solito. È un concorrente del Festival che però per lui e la sua canzone è finito presto. La sua canzone è intitolata Ciao, Amore, Ciao e gli era stata fortemente consigliata da quella ragazza, l’artista italo-francese, che si chiama Dalida. Anche lei è una cantante. E aveva convinto Luigi a cantare proprio quella canzone. Ma Luigi avrebbe volentieri evitato quella canzone (preferendone un’altra) e tutto il Festival. Quella grande occasione di raggiungere tutto il pubblico italiano era molto importante, certo, ma Luigi era sempre stato combattuto tra la voglia di non scendere a patti con niente e nessuno e di pensare solo alla sua musica, e raggiungere la fama e il successo. E alla fine aveva ceduto. Si era fidato. Vada per il Festival. Vada per Ciao, Amore, Ciao. Ma la canzone non passò alla fase finale e Luigi rimase da solo con se stesso. Così quella sera finisce la sigaretta, si alza dal tavolo e saluta tutti i commensali. Saluta Dalida. Ed esce. Luigi Tenco viene ritrovato morto nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967. A trovarlo appoggiato a letto e riverso in una pozza di sangue è proprio Dalida. Dopo il ristorante lei torna all’albergo, si cambia d’abito ed va a trovare Luigi. Sulla scrivania vicino al letto trova un foglio scritto a penna. Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” in finale e ad una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. Dalida e il discografico Paolo Dossena sono i primi ad entrare nella stanza prima dell’arrivo della polizia. Pensano ad un malore e inizialmente cercano un medico. Ma Luigi è morto, si è sparato un colpo di pistola in testa per togliersi la vita. Si è sparato con la sua pistola, una Walther PPK calibro 39 che già da qualche mese possedeva legalmente. E poi c’è un biglietto d’addio più che esplicito. Quando arriva la polizia il commissario incaricato delle indagini è Arrigo Molinari, questore di Genova. È lui a diramare un comunicato all’ANSA riguardo la morte di Tenco. La polizia comunque non fa un gran lavoro. Arrivano, spostano il corpo e lo trasportano all’obitorio e solo dopo, quando si accorgono di non aver fatto i rilievi opportuni, lo riportano nella stanza 219. È una lunga notte quella del 27 gennaio. Il ‘Caso Tenco’ fin da subito suscitò irrequietezza negli animi degli italiani. Furono Mike Bongiorno e Renata Mauro, presentatori di quell’edizione del Festival, ad annunciare la tragedia in tv. E fu la prima volta che un giallo di questa portata colpiva l’evento simbolo della canzone e della cultura italiana. Un giallo perché poche cose erano chiare e troppe erano da chiarire. Trentotto anni dopo, nel dicembre 2005, data la continua pressione di stampa e pubblico il caso venne riaperto dalla Procura di Sanremo e dopo tre mesi nuovamente chiuso sostenendo ancora la tesi del suicidio, nonostante non fosse stato trovato il proiettile che aveva ucciso il cantante e la mancanza della visione di alcune prove. Ma negli ultimi anni internet ha mobilitato l’opinione pubblica per una nuova ricerca della verità. Sono state analizzate vecchie foto, documenti, interviste da parte di gruppi di appassionati ed è stato tracciato un nuovo quadro provando che si sia trattato di omicidio. Tra il giugno e il settembre del 2009 sono anche stati emessi due esposti indirizzati alle più alte cariche dello Stato e al Ministro della Giustizia chiedendo di riesaminare l’intero caso in virtù di nuove prove materiali raccolte negli ultimi anni. Ma intanto Luigi non c’è più. Si è sparato. Peccato però che la pistola che ha fatto fuoco non fosse la sua. Le prime persone ad entrare nella camera di Tenco non notarono nessuna pistola, ma dopo l’arrivo della polizia una pistola venne ritrovata tra le gambe del cantante. Dalle foto però sembra che quella sia un’altra pistola, una Beretta calibro 22, e non quella che Luigi possedeva. In più il fratello di Luigi, Valentino Tenco, smontò la Walther PPK trovandola ben pulita e oliata, provando così che non aveva mai sparato. E nessuno quella notte udì uno sparo. Eppure le stanze adiacenti alla 219 erano occupate. Poi ci sono le foto. Dalle foto (poche) scattate prima che il corpo venisse spostato si notano diversi particolari insoliti. Si vede della sabbia sui vestiti e sul volto di Luigi, e quello stesso volto pieno di sangue ed ematomi, e ancora il fatto che non avesse le scarpe ai piedi. Quando il corpo fu riportato in camera per i successivi rilievi, la sabbia e il sangue erano spariti. La sabbia proverebbe secondo alcuni che Luigi sia stato ucciso in spiaggia. Una di quelle spiagge vicine all’albergo e distanti poche centinaia di metri. Sabbia che in alcune foto compare anche sulla macchina del cantante. Poi c’è il fatto che la stanza 219 fosse raggiungibile molto facilmente dal garage e dal giardino senza passare dalla reception. E infine la lettera d’addio che per molti è un falso. La prima parte infatti sarebbe l’inizio di una lettera di denuncia che Luigi aveva iniziato a scrivere giorni prima e solo successivamente completata ad hoc dai suoi assassini per avvalorare l’ipotesi del suicidio. Ma oltre a tutte queste prove vi è un altro elemento molto più ad ampio raggio che porterebbe l’artista al centro di un vero e proprio complotto internazionale e quindi ad un movente politico dell’omicidio. Nel 1965 Luigi Tenco si recò in Argentina per tenere dei concerti. Era però impegnato nel servizio militare e non avrebbe potuto mai lasciare il Paese senza un’autorizzazione speciale. Secondo la teoria del movente politico tale autorizzazione sarebbe stata rilasciata dall’allora governo Moro per consentire a Tenco di portare in Argentina della documentazione riservata. Ma Luigi non era una spia internazionale. Certo è che al ritorno dall’Argentina qualcosa cambiò, Luigi ricevette delle minacce e venne anche speronato mentre si trovava in auto. Furono questi episodi a convincerlo a procurarsi una pistola. Quattro giorni dopo la morte di Tenco scoppiò lo scandalo SIFAR. Il SIFAR erano i servizi segreti nazionali e per anni avevano accumulato dossier privati su varie personalità di spicco della società italiana. E proprio il SIFAR si presume fosse legato alla P2, la loggia massonica il cui obiettivo era destabilizzare l’ordine costituito del Paese. E il questore di Genova, Arrigo Molinari, che seguì le indagini del ‘Caso Tenco’, era iscritto alla P2 (morirà nel 2005 in circostanze ancora tutte da chiarire). E qui si aggancia un’altra pista, quella del Clan dei Marsigliesi, un’organizzazione criminale francese che avrebbe ‘materialmente’ ucciso il cantante per un regolamento di conti tra loro e Molinari che pochi anni prima condusse delle indagini contro di loro. Lucien Morisse, produttore discografico vicino a Dalida, si ritiene fosse in combutta con tale organizzazione. Dalida il giorno dopo la morte di Luigi volle tornare immediatamente a Parigi. La stessa cantante morirà suicida nel 1987. Ma ora stiamo forse andando troppo oltre. È come quando butti un sasso nell’acqua. Le onde poi si propagano e non sai dove vai a finire. Certo è che troppi sono i lati oscuri di questa vicenda e alcune delle prove sopra citate hanno indubbiamente un certo valore. A 42 anni dalla morte di Luigi Tenco se siamo ancora qui a parlarne però non è solo per fare i complimenti a chi arriverà per primo alla verità, ma perché quella notte un ragazzo di 29 anni colmo di inquietudini e di grande talento ha perso la vita. Ma probabilmente doveva essere così, Luigi doveva lasciarci in eredità giusto un centinaio di brani inediti e questo grande mistero. Proprio come fosse un noir questa storia non ci lascia con un lieto fine. È un finale che si disperde nel tempo e non si esaurisce in quella notte. Oltre alle congetture, alle ipotesi, all’amore e la passione per la sua musica, c’è Luigi, che con quel suo sguardo misterioso fissa l’orizzonte, poi si scuote di dosso la sabbia e continua a camminare in solitudine a passi lenti e pensierosi. E mentre si accende un’altra sigaretta, dopo la prima lunga boccata, butta fuori il fumo dalla bocca e gli zigomi marcati del suo volto si rilassano. E sembra la materializzazione di quel verso della sua canzone che venne bocciata al Festival, in un mondo di luci sentirsi nessuno. Marco Chiffi
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