|
COMPLOTTI MADE IN USA
|
|
Scritto da Roberto Conturso
Lunedì 07 Dicembre 2009 10:45 |
|
|
|
|
Le teorie del complotto hanno da sempre animato l’immaginario americano, come un sottile velo capace di offuscare e distorcere ogni singolo evento della giovane storia di questo paese. Gli Stati Uniti hanno visto nella diversità una minaccia alla loro fragile identità culturale, dalla caccia alle streghe di Salem nel 1692, alla congiura comunista degli anni cinquanta. Più di una statistica avvalora questa tradizione e non solo per gli eventi o tragedie a cui difficilmente sono riusciti a dare una spiegazione logica e razionale, ma per ogni singola vicenda che ha scosso l’opinione pubblica (basti pensare alle numerose ipotesi e congetture scaturite in seguito alla morte di Michael Jackson).Richard Hofstadter nel suo celebre saggio The Paranoid Style in American Politics (1964), partendo da un’analisi sul maccartismo, ha analizzato i celebri complotti che hanno caratterizzato il dopoguerra americano, come la nevrosi anticomunista che negli anni cinquanta generò il movimento contro l’infiltrazione di fluoro nell’acqua potabile, al fine di evitare di indebolire i cervelli e renderli più vulnerabili alle cospirazioni socialiste (F. Tondelli, Da McCarthy a oggi: rilettura di The Paranoid Style in American Politics). Da questo coacervo di psicosi Kubrick trasse ispirazione per la caratterizzazione del generale Jack D. Ripper (Dottor Stranamore, 1964), il quale era solito bere acqua piovana per preservare la purezza dei fluidi vitali. Kubrick, in questo film, riuscì ad affrontare un tema come quello della bomba atomica e delle fobie americane in maniera critica e allo stesso tempo ironica, in un contesto storico caratterizzato dal continuo bombardamento mediatico volto ad alimentare fra la popolazione il terrore di un’incombente minaccia nucleare. Secondo alcuni studiosi la recente credenza dei cittadini statunitensi nelle teorie del complotto (il 63% della popolazione americana ritiene di essere vittima di complotti, mentre il 43% crede che gli attentati dell’11 settembre siano stati orditi all’interno della nazione) trova una giustificazione nei fatti che sconvolsero il paese durante gli anni sessanta e settanta: l’assassinio Kennedy, quello di Martin Luther King e Malcolm X, per non parlare dello scandalo Watergate. Violenze e cospirazioni delle quali il cinema ha tentato di dare un’interpretazione, ipotizzando e instillando macchinosi o ragionevoli dubbi nelle coscienze americane. Basti citare Oliver Stone con JFK (1991), in cui i complotti attorno alla morte del presidente Kennedy arrivarono a coinvolgere alte sfere dello Stato come il vicepresidente Lyndon Johnson. Oppure il caso Watergate, più volte trattato nelle pellicole: Tutti gli uomini del Presidente di Pakula (1976), Gli intrighi del potere di Stone (1995), L’assassinio di Richard Nixon di Niels Mueller (2004); o gli intrighi politici di The Manchurian Candidate di John Frankenheimer (1963), e I tre giorni del Condor di Sydney Pollack (1975). Senza tralasciare i sospetti nei confronti del governo, considerato colpevole di voler nascondere le prove dell’esistenza degli UFO, che hanno ispirato molte serie televisive di successo come X-files (1993), o la più recente Taken (2002) prodotta da Steven Spielberg, e i film, L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel (1956), oppure Essi vivono di John Carpenter (1988). Una pellicola, quest’ultima, che contrariamente ai film di fantascienza del periodo non utilizzò gli alieni come rappresentazione della minaccia comunista, ma al contrario li usò per denunciare il potere manipolatorio dei media e della politica liberale del presidente Reagan. Nella storia degli USA i complotti sono stati utilizzati anche come strumento di repressione interna, come nel caso degli afroamericani, vittime del piano messo in atto dalla FBI (Cointelpro) mirato a distruggere il movimento di liberazione nero degli anni settanta, e in seguito al quale scaturirono varie ipotesi di congiure governative. Come quella della volontaria immissione di crack nei ghetti neri a cavallo degli anni settanta e ottanta, per creare una tossicodipendenza di massa diretta ad annientare la comunità afroamericana: idea, anche questa, ripresa più volte dal grande schermo e in particolare dal regista John Singleton nel film Boyz n the Hood (1991). L’abilità dell’industria hollywoodiana è stata quella di saper sfruttare le recondite paure di una nazione pronta a nascondere la propria fragilità dietro ipotetiche cospirazioni. Una scorciatoia a cui anche i nostri governanti hanno fatto spesso ricorso, ma da cui il nostro cinema non ha saputo trarre ancora la giusta ispirazione.
Roberto Conturso
|