IO SO MA NON HO LE PROVE
Scritto da Dario Goffredo    Lunedì 07 Dicembre 2009 10:38    PDF Stampa E-mail
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“Io so. Ma non ho le prove” erano le durissime parole che Pasolini scrisse sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 in un articolo poi pubblicato in Scritti corsari con il titolo de Il romanzo delle stragi. Pasolini si riferiva al cosiddetto Golpe bianco dell’agosto 1974, l’ultimo, in ordine cronologico dei tentativi di colpo di stato che si sono avuti in Italia tra gli anni ‘60  e gli anni ‘70.
Agosto 1974. Io ero nato da pochissimi giorni. In quel mese due stragi tremende insaguinarono il Paese: Piazza della Loggia a Brescia e il treno Italicus saltarono in aria con il loro carico di vite umane a causa degli ordigni piazzati da ignoti terroristi. Cinque anni prima (il prossimo 12 dicembre quaranta anni fa) l’Italia era entrata nel suo periodo più buio con la bomba di Piazza Fontana. Pasolini traccia col suo articolo una linea nera che unisce alcuni degli eventi più assurdi e atroci del nostro passato recente. Ma lo fa mentre quelli eventi accadono. E lo fa come solo un grande poeta e scrittore può fare: cercando la verità dove gli altri non hanno il coraggio di guardare.
E così PPP lavora ad un progetto ambizioso e grandioso di romanzo: Petrolio. Il libro racconta una vicenda scomoda e avvolta, ancora oggi, nella nebbia del mistero: la morte di Enrico Mattei, all’epoca presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi. Mattei precipita con il suo aereo. Subito si parla di incidente e così la questione viene archiviata. Ma Pasolini non ci sta, per lui la verità è un’altra. E per lui la verità è importante perché è un intellettuale e uno scrittore. Per Pasolini la verità è che Mattei è stato vittima di un complotto. Il primo di una lunga serie di tragici complotti nella storia italiana. Pasolini stesso morirà pochi mesi dopo quell’articolo, senza riuscire a finire il suo romanzo. La sua morte verrà archiviata come una lite tra omosessuali finita male. Ma in molti non ci credono: Pasolini è morto perché era scomodo e inviso al potere che lui voleva smascherare. L’inchiesta sulla sua morte è stata aperta e chiusa più volte. L’ultima volta nell’aprile di quest’anno. Ancora non si sa che cosa verrà fuori da questa inchiesta. Ma i retroscena sono inquietanti. Si parla di Loggia P2, ancora una volta. Si parla di Cia, ancora una volta. Si parla di Mafia, ancora una volta. Si parla non di destabilizzazione dell’ordine costituito, ma, cosa ancora più inquietante, di salvaguardia dell’ordine costituito. Si parla di complotto, ancora una volta.
In Italia la parola complotto si usa molto spesso e forse molto spesso a sproposito. Ogni cosa che accade è un complotto ordito da qualcuno ai danni di qualcun altro. Ogni cosa può essere spiegata con una teoria del complotto creata ad hoc. Se un politico si fa trovare con una donna (o trans) che non è la sua legittima compagna è un complotto, ma è un complotto anche se un editore (leggi Feltrinelli) salta in aria mentre cerca di piazzare un ordigno su un traliccio dell’Enel per lasciare Milano al buio. Complotto se un pentito di mafia fa il nome di un politico importante ma complotto anche se un giovane comunista (leggi Peppino Impastato) viene trovato morto lo stesso giorno del presidente del più grande partito (leggi Aldo Moro).
Petrolio è il romanzo delle stragi, scritto in un momento in cui di certe cose non si poteva parlare. Dopo, anche grazie a Pier Paolo Pasolini, altri romanzi su stragi e complotti sono arrivati, tra cui i bellissimi Romanzo Criminale e Nelle mani giuste di De Cataldo che scavano in profondità in quei territori del mistero, o Nel nome di Ishmael di Giuseppe Genna, che proprio dalla morte di Mattei prende avvio. Simone Sarasso nei suoi romanzi (Confine di Stato, Settanta e la graphic novel United We Stand, tutti pubblicati da Marsilio) disegna scenari foschi e cupi per spiegare alcuni avvenimenti nella storia recente d’Italia, con un’operazione dichiaratamente à la Ellroy. Con lui abbiamo fatto due chiacchiere su che cosa sia e come si possa raccontare il complotto

L’Italia è il Paese degli scandali: sessuali, giudiziari, politici, golpisti. Ma l’Italia è anche il Paese della teoria del complotto. Sembra che ogni evento piccolo o grande, ogni minimo scossone alla stasi catalettica in cui versa il Paese sia causato da complotti di ogni genere. Esiste secondo te e dove sta la “via di mezzo”?
“La via di mezzo” non è cosa italiana. Così come non sono spiccatamente italiane l’obiettività e l’onestà intellettuale. In un paese sempre troppo occupato ad urlare, mentre sullo sfondo del televisore opinionisti impomatati boccheggiano “moderiamo i toni”, non fare confusione è pressoché impossibile. Nel paese della chiacchiera, nessuna storia è del tutto vera. Né alcuna teoria del complotto completamente falsa.

Dalle tue pagine emerge chiara e precisa una componente della tua scrittura che mi affascina e mi incuriosisce: il divertimento. Quanto ti sei divertito a tracciare trame e immaginare orditi tutt’altro che irrealistici per spiegare e raccontare una parte del nostro passato ancora difficilmente digerita dai più?
La componente ludica, nella costruzione delle trame complesse, è sicuramente alta. Il momento più inquietante del procedimento è quando immagini una soluzione narrativa particolarmente ardita (es: qui servirebbe proprio un esercito clandestino finanziato con soldi americani…), vai a guardare sui libri di storia se per caso è mai esistito qualcosa del genere (figuriamoci…) e novanta volte su cento scopri che quello che hai immaginato è molto più all’acqua di rose della realtà (Occazzo! Non solo c’era; ma è stato in attività per quarant’anni!).

Tu parti da personaggi e fatti reali per poi creare derive narrative cariche di suggestioni. Sembra che tu ti faccia guidare da una domanda del tipo “che cosa sarebbe successo se…?”. È un’impressione corretta la mia?
La mia narrativa è uno dei possibili approcci al reale. Io mi occupo quasi sempre di tragedie che hanno mietuto decine e decine di vittime e per le quali, dopo anni di processi, non esistono colpevoli. La domanda che sta alla base di tutto è: “Chi è stato a fare questo?”

Con UWS immagini addirittura una sovversione violenta e antidemocratica dell’ordine costituito da qui a pochi anni. In effetti in Italia si è più volte sfiorato ciò che tu dipingi così bene. Perché secondo te tutto questo si è solo sfiorato?
Non c’erano le condizioni per un reale sbilanciamento a destra del paese e del conseguente golpe militare in passato. Figurarsi ora. L’Italia, paese anticomunista di vecchia data, è sempre stato troppo di centro per le rivolte armate. Quarant’anni di DC hanno salvato lo Stivale dal Colpo di Stato. Vedete ben, però, cos’han prodotto…
Dario Goffredo
 

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