Lo schermo è nero
Scritto da Nino D'Attis    Martedì 26 Maggio 2009 11:39    PDF Stampa E-mail
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La prima immagine che mi viene in mente è quella della panza di Orson Welles ne L'Infernale Quinlan (1958). C'è Charlton Heston che fa Ramon Miguel Vargas, poliziotto messicano della narcotici che mentre è in luna di miele con la moglie Susie (Janet Leigh, di lì a poco vittima di Anthony Perkins in Psycho di Hitchcock) assiste all'omicidio di un uomo e finisce nei casini.

Siamo a  Tijuana, posto sconsigliabile al confine tra Stati Uniti e Messico. Caldo, piombo, droga,  corruzione e tacos. E se Marlene Dietrich interpreta una sfatta chiromante, Welles ritaglia per se stesso il ruolo più ambiguo: tutore della legge, figlio di puttana, visceralmente razzista, tragico antieroe shakespeariano. A dieci anni, son cose che ti segnano: giravo per casa con un cuscino infilato sotto la maglietta, una .38 Special giocattolo in pugno e il Fedora Borsalino di nonno Antonio in testa. Mio nonno si svegliava dalla pennichella pomeridiana guardandosi intorno con fare sospetto. Imprecava a capo scoperto, quindi metteva sistematicamente a soqquadro tutta la casa alla ricerca del suo prezioso cappello. Minacciava rappresaglie. Ostentava determinazione. Bestemmiava tutto il calendario dei tycoons di Hollywood ma io sapevo di essere un tipo pericoloso. Ero Hank Quinlan, lo stesso ghigno diabolico stampato sulla faccia. Prima, me lo ricordo bene, ero stato l'occhio privato Jake Gittes, detto J.J., in Chinatown (1974) di Roman Polanski. Ingaggiato per indagare sulle probabili infedeltà coniugali di Hollis Mulwray, ingegnere capo del dipartimento idrico della città di Los Angeles nel 1937. Sguardo da duro e cerotto sul naso: mettetemi davanti una Circe, una Salomé, una Poison Ivy, insomma, una femme fatale avvezza all'arte del Search & Destroy (ma con classe e carnalità, perbacco!) e vi risolverò il fottuto caso! Torbido charme. La forza ammaliatrice in grado di far precipitare qualsiasi re dal suo trono.

Faye Dunaway. Tutta colpa di Faye Dunaway, me ne rendo conto solo adesso. Adoravo quella donna, e la adoro ancora, Dio la benedica. Sempre avuto un debole per le donne dell'intrigo: Barbara Stanwyck ne La Fiamma del peccato di Billy Wilder (1944). Rita Hayworth ne La Signora di Shanghai (ancora Welles, l'anno è il 1946). Lauren Bacall in The Big sleep di Howard Hawks (1946). Sharon Stone in Basic instinct di Paul Verhoeven (1992). Patricia Arquette in Strade perdute di Lynch (1997). Rebecca Romijn in Femme fatale di De Palma (2002). Fu davvero un brutto colpo quando seppi che De Palma aveva scritturato Scarlett Johansson per il ruolo di Kay Lake nella riduzione cinematografica del romanzo Dalia Nera. Accoppiata a Josh Hartnett, poi: mozzarella di bufala e carciofo, niente a che vedere con i personaggi della Los Angeles Nera di James Ellroy.

Ma sto divagando. Quando mi hanno chiamato per scrivere il pezzo che state leggendo, avevo appena finito di spolverare lo scaffale dei miei Dvd. Non ne ho molti, a dire la verità, ma nella collezione non manca Il Terzo uomo (1949) di Carol Reed, con Joseph Cotten, Alida Valli e (rieccolo) Orson Welles. Sceneggiatura ad orologeria di Graham Greene. Il protagonista è Holly Martins, scrittore americano indigente che, nella Vienna post-bellica indaga sulla morte di un vecchio amico, Harry Lime.  Buio, atmosfere decadenti, tensione al massimo. Categoria pellicole che invecchiano bene.

Lo spazio è tiranno e avrei dovuto parlarvi di altri film che rivedo con piacere infinite volte: Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara, oppure Il Grido (1957) di Michelangelo Antonioni, a sua volta ispirato ad Ossessione, l'esordio nel lungometraggio di Luchino Visconti (l'anno è il 1943, la fonte è il romanzo Il Postino suona sempre due volte di James M. Cain). E di Rapina a mano armata di Kubrick (1956), certo. Ma se siete arrivati fin qui, probabilmente conoscete già tutti i titoli che ho citato. Probabilmente, amici miei, neanche voi siete tipi da Harry Potter e Hannah Montana.

Nino G. D'Attis

 

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