PARLATE DUE O TRE PER VOLTA
Scritto da Pierpaolo Lala    Mercoledì 04 Novembre 2009 15:57    PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 giugno 1981, tardo pomeriggio. Alfredo Rampi, un bambino di sei anni, cade in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino Roma. I tentativi di recuperare il piccolo saranno tanto disperati quanto vani, ma soprattutto in diretta televisiva. La Rai per la prima volta appronta una non stop di circa 18 ore – a tre reti unificate - per seguire l’azione dei soccorritori. Alfredino diventa in poche ore il figlio di tutti gli italiani. Circa 21 milioni di persone seguono questo avvenimento, come fosse Truman Show. Il bambino diventa protagonista del primo reality show all’italiana. Le immagini dei nani, dei contorsionisti, degli speleologi, dei vigili del fuoco che provano a calarsi nel tunnel scavato per raggiungere Alfredino fanno emozionare tutti. La voce rantolante del bambino raggela milioni di cuori. Le immagini del vecchio partigiano Presidente Pertini che si infuria con i soccorritori sono il simbolo di una Italia in difficoltà, sconvolta pochi mesi prima dal terremoto in Irpinia, dilaniata dallo scandalo della Loggia P2, preoccupata dal misterioso attentato al Papa e colpita dai ripetuti rapimenti e omicidi delle Brigate Rosse.
Secondo molti, la storia di Alfredino segna la nascita della nuova televisione. Se quella delle origini era infatti una televisione pedagogica e pudica, dove i giornalisti Rai non potevano neanche permettersi di dire “membro del parlamento” e le Kessler dovevano coprire le proprie gambe lunghissime, dove un ombelico della Carrà creava scandalo e dove le spalle al pubblico di Celentano a Sanremo venivano considerate atto di lesa maestà, tra il finire degli anni ’70 e soprattutto l’inizio degli anni ’80 succede qualcosa. Intanto arriva il colore, considerato un male dal comunista Berlinguer, e poi approdano sul piccolo schermo le emittenti private. Come per le radio libere, le tv private cambiano il mercato, aprono nuovi linguaggi, danno un senso al telecomando. Finalmente non esiste solo Carosello (morto nel 1977) ma esistono nuovi volti, sempre meno ingessati, che propongono un modo diverso di fare televisione.
Una battuta ricorrente era: “L’unità d’Italia non l’ha fatta Garibaldi, ma l’ha fatta Mike Bongiorno”. Come l’hanno fatta Pippo Baudo, Corrado, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Enzo Tortora, Gianfranco Funari, Raffaella Carrà, Mina, Loretta Goggi, Renzo Arbore, Francesco Benigni, Maurizio Seimandi: ognuno a suo modo. L’Italia cambia e cambia intorno e davanti alla tv. Gli anni ’80, quelli del riflusso, hanno forse modificato in maniera indelebile questo paese. “La tv della gente per la gente ha modificato anche il rapporto con il pubblico”, sottolinea Norma Rangeri, critico televisivo de Il Manifesto. “Ormai la tendenza è invertita: la televisione (in particolare il servizio pubblico) ha smesso la sua funzione pedagogica, non raccoglie più il meglio del mondo artistico e giornalistico, ha abbassato il livello critico. I telegiornali sono la macchina della disinformazione e lo strumento principale attraverso il quale gli italiani formano un giudizio e decidono per chi votare”.
Si è arrivati a tutto questo attraverso un imbarbarimento costante. Un primo scossone arrivò da Drive In la trasmissione cult degli anni ’80, la madre di tutte le veline. All’epoca si chiamavano Le ragazze Fast Food. Tutta una generazione di comici è nata o transitata dal contenitore creato da Antonio Ricci. Francesco Salvi, Zuzzurro e Gaspare, Giorgio Faletti, Teo Teocoli, Sergio Vastano, Carlo Pistarino, Maurizio Milani, Enzo Braschi, Mario Zucca, i Trettrè, Massimo Boldi oltre ai mattatori Enrico Beruschi, Gianfranco D’Angelo e Ezio Greggio (che poco dopo avvieranno la giosiosa macchina da guerra di Striscia la notizia) lanciano un nuovo modo di fare intrattenimento in televisione. Quelle che fino a pochi anni prima sembravano cose impossibili da dire e fare  diventano normali. Ma è solo l’inizio perché da quel momento in poi il driveinismo sarà il modo costante di fare televisione. Da lì la tv è andata sempre peggio (o sempre meglio, dipende dai punti di vista) fino all’arrivo (ma siamo già nei 2000) del Grande Fratello e dei suoi derivati. “I reality hanno cambiato il volto e la funzione del piccolo schermo”, prosegue Norma Rangeri. “Hanno allargato il buco della serratura, modificando i confini tra pubblico e privato, riverbandone gli effetti sul brutto spettacolo della politica. Cancellando dalla tv la professionalità di un tempo con l’invasione della gente”.
Inutile tirare in ballo la cattiva maestra televisione di Karl Popper, ma gli esempi negativi propinati dal tubo catodico sono veramente infiniti. Basti pensare a tutte le -ine nate in questi anni: veline, schedine, letterine, scossine e chi più ne ha più ne metta. Ma anche linguisticamente gli esempi negativi sono infiniti. E come non sottolineare la fama e la gloria di personaggi come i tronisti o i sip (self important person) famosi solo nel giardino di casa e per pochi istanti nei salotti degli italiani, che venderebbero anche la propria dignità pur di avere quei quindici minuti di celebrità preconizzati da Warhol. E poi c’è la cosa più fastidiosa di tutte: la tuttologia tautologica. Approfondimenti in cui ognuno può dire qualunque cosa su qualsiasi argomento. Una wikipedia gigante in tv e chi ascolta e vede è convinto che quella sia la verità. Una televisione che può ridere sguaiatamente, che è cafona, ricca di insulti ma che spesso non accetta di sorridere.
“Abbiamo sempre fatto satira, irridendo anche personaggi di sinistra come D’Alema o Rutelli”, sottolinea Serena Dandini, che quest’anno ha avuto un po’ di difficoltà a tornare con il suo programma Parla con me su Rai Tre, accusata di essere eccessivamente di sinistra. “Il nostro stile è quello di una volta. Se non va più bene, non sono certo cambiata io, ma qualcosa attorno a me. La lottizzazione c’è sempre stata, ma prima lasciavano fare i programmi a chi li sapeva fare. Ora succedono cose che non avevo mai visto prima: se inviti un poeta, qualcuno si informa sul partito che ha votato e, se ha votato a sinistra, ti viene chiesto di invitarne uno che ha votato a destra. Così viene meno la voglia di osare, che è alla base della creatività”. La politica in tv è diventata spettacolo. Da Funari in poi, le ingessate tribune elettorali sono state sostituite dai talk show come Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, Matrix, Ballarò, i Santoro, i Lerner, i Piroso, i Telese e molti altri ancora. In Tv il politico non parla solo di politica ma cucina, canta, recita versi, si umanizza. Nell’era del bipolarismo imperfetto, il politico è una sorta di opinionista che a volte commenta distaccato addirittura quello che lui stesso ha fatto. Per non parlare del turpiloquio, delle baruffe in parlamento, delle risse in tv, del parlarsi addosso. Il grande Aldo Biscardi durante una puntata del Processo del lunedì precisò: “Non parlate tutti insieme, al massimo due o tre per volta”.
La televisione cambia, si evolve. Dal monopolio Rai siamo arrivati alla difficoltà di scegliere tra satellitare e digitale terrestre con centinaia di canali a disposizione. “Quando inventarono la televisione a schermo piatto dissero che la forma avrebbe cambiato in meglio anche il contenuto”, precisa la Rangeri. “Purtroppo così non è stato. Ora il digitale amplia l’offerta, quantitativamente. Per la qualità invece il discorso è diverso: perché l’aumento delle piattaforme senza una effettiva modificazione del mercato, senza la fine del duopolio, lascia le cose come stanno. Al contrario, Sky ha introdotto elementi di qualità”.
In effetti non si può generalizzare sulla tv. Resistono ancora sacche di programmi interessanti e intelligenti sia sui canali tradizionali, sia su quelli satellitari. Ma è il bombardamento la cosa preoccupante. E l’emulazione è il dato peggiore. Chi come quelli della mia generazione è cresciuto a pane e televisione, vedeva i personaggi come qualcosa di inarrivabile, come qualcosa che era palesemente finto (tranne qualcuno che sperava di essere Brandon di Beverly Hills o Ridge di Beautiful). Perché quella era finzione, era fiction. L’emulazione scattava per una rock star, per un attore cinematografico, per uno scrittore, per un regista, per un calciatore (per quello che faceva in campo e non tra le lenzuola). Ora il tronista è il tuo barista, la star di Amici era la findanzata di uno che abita vicino casa tua, la velina era tua compagna di banco all’università: la televisione è reale. La storia fortunata di chi becca un pacco milionario è anche la tua. Non devi saper fare nulla, devi solo essere te stesso e sperare in una botta del “lato b”. E qualcuno invece di preoccuparsi di cosa passa il convento riapre l’annosa discussione sull’abolizione del Canone Rai. “La Rai è un’azienda pubblica e deve coprire i gusti di tutti, anche delle minoranze”, prosegue la Dandini. “Mi sbalordisce che si pensi di inviare il Governo a controllare se un programma politico è o non è conforme al contratto di servizio, come sta avvenendo per Santoro. Però mi fa venire l’idea per una nuova rubrichetta che potrebbe trovare spazio a Parla con me: si potrebbe chiedere alla gente per quali trasmissioni paga il canone e per quali vorrebbe non pagarlo”. La straordinaria storia della televisione italiana ovviamente continua...
Pierpaolo Lala
ha collaborato Valeria Blanco

 

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