LEGGIMI UNA CANZONE
Scritto da Marco Chiffi    Martedì 06 Ottobre 2009 12:10    PDF Stampa E-mail
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Il rapporto tra musica e carta stampata non è mai stato florido. Frank Zappa non sopportava i giornalisti e così un giorno se ne uscì sentenziando che il giornalista musicale è ‘uno che non sa scrivere che parla di qualcosa che non conosce per gente che non sa leggere’. Ma la questione non è tra le righe di una recensione musicale (che comunque resta un processo estremamente soggettivo) ma tra la musica e la scrittura come parole che diventano libri o romanzi, al posto di note che diventano album o EP. Il musicista non sempre riesce a capire lo scrittore. E questo avviene perché prima di tutto la materia è molto diversa ma anche il processo compositivo è totalmente opposto o quasi. Diversi sono i tempi di preparazione e diversi sono i tempi di consumo e digestione. Una canzone è come un caffè al bar: lo aspetti, lo bevi e vai via. Mentre un libro è più come un pranzo domenicale in famiglia: sai quando ti siedi a tavola e ignori quando ti rialzerai.  Una canzone in quattro minuti deve raccontare qualcosa, un’emozione quanto una storia, e perciò scrivere un testo musicale si riduce a poche precise parole. Non può esserci la divagazione perché c’è il tempo che detta le regole. E anche la melodia che accompagna a braccetto il testo deve illuminare e trascinare chi ascolta in tempi stretti. Un libro invece, un romanzo ad esempio, ha tutto il tempo che vuole. Ha la libertà di divagare, anzi deve farlo. Deve scendere nei dettagli, quegli stessi dettagli che una canzone magari lascia all’immaginazione del lettore. Ad una prima occhiata parrebbero quasi discipline lontane. E invece. Invece ti trovi autori che senza la musica non avrebbero mai scritto un libro. Prendete Nick Hornby, scrittore inglese, che non manca mai di permeare le sue storie con delle belle colonne sonore. Il suo Alta Fedeltà ne è un esempio, ma anche 31 Canzoni, che pare quasi una compilation su carta. E Nick Hornby non è un musicista, è uno scrittore. Scrive recensioni di dischi e libri ed è forse l’esponente più noto di una generazione di romanzieri che senza musica non avrebbe mai iniziato a scrivere. In Alta Fedeltà c’è il protagonista che vive facendo delle Top Five. Mette in classifica qualunque cosa: dai primi pezzi degli Lp agli amori finiti. E in più possiede un negozio di dischi. Ed è anche snob con chi ne sa meno di lui in fatto di cultura musicale.  In Italia abbiamo Enrico Brizzi che con il suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo ha formato una generazione intera. Sfogliando il libro viene fuori una colonna sonora perfetta per i tempi in cui è stato scritto. Senza quella, senza quei rifacimenti alla musica il libro non funzionerebbe. E anche Brizzi non è un musicista. Scrive accompagnandosi con la musica ma non suona, non ha una band, non è mai salito sul palco imbracciando una chitarra. Cosa che invece ha fatto Andrea De Carlo, scrittore milanese, che oltre a scrivere libri noti come Treno di Panna e Due di Due è anche musicista. In alcune edizioni dei suoi libri De Carlo allega anche un cd contenente delle sue canzoni. Ne ha già pubblicati due di dischi e uno in collaborazione con Arup Kanti Das, percussionista bengalese di fama internazionale. Ed ecco perciò uno scrittore che diventa musicista. Ma accade a volte anche il contrario. Davide di Leo ha pubblicato nel 2004 il romanzo Un’ora e mezza e nel 2006 Dianablu. Nulla di strano se non fosse che Davide di Leo è conosciuto al grande pubblico col nome d’arte di Boosta, tastierista della band torinese dei Subsonica. Bingo! Ecco un musicista che si fa scrittore. E non è certo l’unico esempio. Non si parla di musicisti che scrivono le proprie autobiografie: l’hanno fatto tutti da Johnny Cash a Michael Jackson (bonanima) a Pino Scotto (o almeno poco ci manca).  Qui è l’arte che cerca l’arte. Affinare le proprie tecniche per esprimersi in modo diverso. Perché alla fine la materia prima è la stessa, cambiano giusto i modi di svilupparla. E poi sarà anche che un artista cresce e ha altre necessità, ha voglia di sperimentare e di sperimentarsi. Ad esempio Alex Kapranos leader degli scozzesi Franz Ferdinand cura una rubrica di critica culinaria sul Guardian e da poco ha raccolto i suoi articoli in un libro. Certo, qui il discorso è generalista e forse troppo sommario. Ma è giusto per legare due discipline che seppur diverse sono arte e hanno insita l’immortalità dell’arte, il lasciare un segno tangibile del proprio esprimersi.
Marco ‘Marvin’ Chiffi
 

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