| AMSTERDAM | ||||
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Alle volte mi chiama con un altro nome, mentre sorseggiamo gin preso al night shop sotto casa. Alle volte, crede di essere con qualcun altro mentre da sotto le lenzuola una mano le accarezza la coscia bianca. Non ho idea di che ora sia, forse le due del mattino. Lei è assonnata, sarà l'ora tarda e il fatto che beviamo da tanto ormai. Chiude gli occhi e abbandona la testa sul cuscino. Riesco a vedere ogni suo muscolo che si rilassa e penso a quanto sia vulnerabile la gente mentre dorme.
È settembre ma c'è un'afa estiva. Sono nudo sul letto, col mio bicchiere in mano e la bottiglia sul comodino. Vedo che apre gli occhi e inizia a fissarmi. Poi li richiude e si rigira su un fianco mostrandomi la schiena affusolata. "Che ore sono Al?", mi fa. "Neal", rispondo. "Cosa?" "Mi chiamo Neal" "Dimmi solo che ore sono" Resto in silenzio, frugo con la mano sul comodino, pesco il mio orologio da taschino e guardo l'ora. Quell'orologio lo rubai ad un olandese commerciante di tabacco, se lo scordò sul tavolo del bar e con un breve e veloce gesto me lo misi in tasca. Questo lo rivendo per comprare il tuo tabacco, pensai. Poi non lo feci. "Le due e quaranta" Lei dice una parolaccia e si tira su. Resta seduta per un attimo sul letto, si strofina gli occhi con i pugni e si alza. Vedo il suo corpo nudo attraversare la luce che viene dalla finestra. Ha venticinque anni. Porta lunghi capelli neri e occhi d'un azzurro incantevole. Non è molto alta e non ha certo un fisico da modella ma ha qualcosa che mi affascina e mi attrae. Sarà quella sua pelle che odora di spezie, che quasi la puoi assaggiare. O il modo che ha di muoversi, di essere provocante e di farti salire l'adrenalina fino al limite. O forse sarà semplicemente perché è brava sotto le lenzuola. La prima volta che la vidi non riuscii a staccarle gli occhi di dosso, sapevo solo che doveva essere mia. Mi sentii come una gazza attratta da un cristallo. E anche lei mi guardava. Non fu mai amore. Fu qualcos'altro di più pratico. Magari semplicemente il destino, anche se non ho mai dato retta a quelle stronzate magiche o astrologiche. Jerome, il mio collega di lavoro e di bevute giù al porto si ostina a volermi fare i tarocchi ogni primo del mese. Ancora non capisco il perché. Fa sempre discorsi lunghi e pieni di nomi di pianeti e tenta di spiegarmi le sue teorie fantasiose. Certo è un tipo strano ma da quando sono arrivato a Marsiglia sei mesi fa è l'unico che mi da retta e che non fa molte domande sulla mia vita in America. Lei entra in bagno e mentre è via la bottiglia di gin finisce. Inizio a sudare. Dovrò decidermi a comprare un ventilatore un giorno o l'altro. Ne ho visto uno a buon prezzo al negozio di arabi in fondo alla strada. All'improvviso dal piano di sopra arrivano le note di Suzanne di Leonard Cohen. Conosco questa canzone perché la ascoltava sempre mia sorella quando vivevo ancora con lei. Per i suoi diciotto anni, pochi mesi prima che se ne andasse a vivere in Spagna col suo ragazzo, le regalai anche un disco in vinile di Leonard Cohen. Anche se lei non aveva un giradischi sul quale sentirlo sembrò gradire davvero. Al piano di sopra vive un professore di francese. È insonne e così ogni tanto mette dei dischi in piena notte. Ed io ascolto in silenzio fissando la macchia di umido sul soffitto che mese dopo mese si allarga. O forse è questa stanza sudicia che si sta restringendo, non so. Dopo qualche minuto lei torna e inizia a rivestirsi in silenzio. "Guarda che puoi restare ancora un po'". Non mi risponde. Si volta a guardarmi e per la prima volta dopo tante ore riesco a guardarla negli occhi. Ha uno sguardo nervoso e assonnato. Mi viene voglia di baciarla. "Hai visto il mio reggicalze?" Alzo le spalle. "Deve essere caduto da qualche parte. Se lo ritrovi riportamelo". Indossa un vestito nero molto provocante, sexy ma non volgare. E credo che di più bello che vedere una donna che si sveste ci sia solo vedere una donna che si riveste. Mi accendo un'altra sigaretta e continuo a guardarla. Dalla strada si sentono voci di ragazzi ubriachi, a tratti urlano o tirano calci alle serrande abbassate dei negozi giusto per svegliare chi dorme. Si infila le scarpe, agguanta la borsetta, poi si ferma davanti al comodino. Prende il mio portafoglio e lo apre. "Faccio da sola" mi dice. Prende qualche banconota e se la mette nella borsetta. Adesso sorride. Avvicina le labbra alla mia bocca. "Ci vediamo la settimana prossima". Resto in silenzio e riesco a sentire il suo profumo che mi entra nel naso. Mi bacia con passione. Credo che a parte tutto si sia un po' affezionata a me. La porta si richiude. Di solito riesco a vederla il venerdì perché mi pagano due giorni prima. Questa settimana però non lavoro.
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