| IL BAR DEGLI APPUNTAMENTI MANCATI | ||||
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Quelli della città si erano abituati allo strano accadimento. Me lo annunciarono sovrappensiero, quando andai a svoltare la notte lì dentro.
Dopo aver superato la lunga scia al neon dei motel. Fermi, come uccelli eterni, sulle rive dell'Oceano. Quella marcia lenta di luci lungo la frontiera, le lettere minime che salivano in gola appena si abbassavano i sipari dei tramonti, un milione di tramonti tutti insieme su quella baia confusa. Lineare, superba. L'orologio segnava l'inizio di un mondo dove tutto viveva nella fissità della mezzanotte e le strade, piene di palazzi dai lumi color miele, erano un grande organismo umano. Che aspettava di essere toccato, nei suoi punti vitali. Laggiù, il rumore delle onde si estingue in un'ora quasi leggendaria, un tempo pazzo all'angolo dei viali. Lucidi come sottomarini appena emersi da acque conflittuali. Mi frugai le tasche, alla ricerca di monetine per pagare il taxi. Produssero un suono di rame bagnato, in quel posto dove si attende un'alba strana. Passavano uomini, accompagnati da signorine vestite come fiori di ibiscus, con collane di polline giallo intorno ai colli ambrati. Le vele delle barche, come code di pesci variopinti. Nel mantice dell'oscurità. Ricca di riverberi amaranto. Greve di vapori. Cullavano la febbre di un'umanità vagabonda. Mi dissero che era quello il posto, che dovevo aspettare un altro poco l'estinguersi delle fisarmoniche lungo la costa. E, poi, sarebbe apparso nella nebbia, come ogni notte a una certa ora, il bar degli appuntamenti mancati. Dove si incrocia tutta la musica. E i viaggiatori vanno a scrivere le lettere che andranno smarrite. Le sole che contino qualcosa, quelle in cui non si mente neppure una volta. Non era legittimo che quel posto sbucasse dal nulla con la sua insegna intagliata nel legno, i suoi tavolini e i suoi clienti eleganti che guada-gnavano l'entrata scivolando nell'aria calda del Tropico. Dunque è qui, pensai, che sale il sangue degli uomini, dove hanno fine tutte le risse, e le donne hanno sguardi da animale fantastico, denso e stupefatto. Ho imparato che tutto ciò cui siamo abituati può finire in un attimo. Capricciosa variazione privata, la sua elasticità ci avvia nella porzione di sogno che avvolge tutte le storie quando la mente tenta di farne un bilancio e si imbatte in un nonsenso meraviglioso. E mentre me ne stavo lì, come una figura ritagliata da un almanacco, si sentì una forma saturare la nebbia che saliva in colonne di banchi orizzontali. Tra gli altri palazzi assorti, i telefoni smisero di squillare, qualcuno lasciò in sospeso il gesto di infilare un bottone nell'asola, passare la mano nei capelli di un'amante, bere da un calice di vetro azzurro cupo. Visto dall'elevata statura degli arcangeli ubriachi, poteva essere un avvenimento come un altro. Ma a me parve una rivelazione, piena di occulta bontà. In quell'odore di lontananze annullate, che a un tratto aleggiava su tutto, il bar produsse un rumore lieve, di attracco. Come di nave discesa o galeone venuto a posarsi nel porto di una strada qualunque, tra altri due caseggiati, manco fosse del tutto normale. Adesso che lo racconto, mi accorgo di quanto nulla di falso ci fosse in quella beatitudine che non sarebbe mai più stata creduta, persino io che l'ho sentita pensai che in avanti avrei potuto chiamarla sogno, immaginazione. Per non dover rispondere alle domande inutili di chi non ha mai avuto bisogno di entrare in quel bar. Dove si scrivono lettere che andranno smarrite, le sole che contino qualcosa. Il bar apparve, dunque. Con tutta la sua musica. Proveniente da non so quale ignoto secolo di passioni. Al guardaroba, mi lasciarono indossare un kimono azzurro, che era proprio il mio kimono, dono di una dolcezza senza più necessità verbale che mi accompagna col suo odore. Come il sole tra i rami abbaglia - di tanto in tanto - il viandante. Non mi chiesi ragione del fatto, a quel punto non aveva importanza. Mi indicarono il mio tavolo e mi portarono una busta e un foglio di carta. Intanto, il mosaico del bar si compose, i lumi apparirono sui banconi accanto alle bottiglie di liquore, le scapole delle donne, gli strumenti dei musicisti, i tappeti sulle scalinate. E la lettera si compose. Sotto le mie mani. Appena impugnai la penna. Il luogo dal quale ti scrivo non ha alcun fondamento. Somiglia a qualcosa che abbiamo conosciuto insieme: terribile, mostruoso, pieno di cadute, sassi, mare. Dai cori di risate, sale l'assenza della tua. Risata crudele, suono di pellicola del cinematografo, obbedienza monosillabica e profumo. Naturalmente, sarebbe meraviglioso se tu rice-vessi questa lettera per davvero. Avremmo davanti la possibilità sproporzionata di stare tutta la notte, ancora una volta, avvolti in un abbraccio. Nel rango di un'aritmia gloriosa. Che ci ha condannati all'esilio. Vai a capire perché. Nei mesi del mio grembo sorge l'ovale dei tuoi figli mancati, e poi scompare. Si eclissa, nel mio sangue frammentato. Aorta e tuono. Ma rido, rido molto, per come i giorni ci punirono, dentro quelle cose che non avremmo potuto sopportare, separati, che pure abbiamo vissuto fino alle ossa, aperti con la forza, pieni di carezze rimaste a bruciare, acido, il palmo della mano. La gelida canna di pistola del tuo sguardo, il canale sanguigno dei nostri addii. Se avessi almeno un minimo di buon senso, non dovrei scrivere alcun nome su questa busta. Dovrei aver capito la misura e l'autentica originalità del caso, che il destino potrebbe far sì che tu - persino in queste condizioni eccezionali - risponda. Allora, un dio indigeno, silenzioso e truffatore, si ritirerà da tutte le pagine e noi passeggeri avremo l'impressione che i treni del mondo siano stati fermati in tempo e il sonno degli amanti custodito e la miseria di vivere invertita e la paura di amare infranta insieme al dolore di come poteva essere. Il fuoco si e' fatto conto salato, di tenerezza sovrumana. E ho saputo chi eravamo nella foto in cui manchiamo. Mi vedi? Nell'inutile fondale delle nostre voci mute, nella sordità delle distanze, nella pagina che mi macina, nelle nostre solitudini affollate che ascoltano i versi passare. Tutta qui la poesia. Vertigine che svuota la schiena dritta di chi è stato accoltellato appena sceso da un treno. Il mio petto e' il fodero di quel coltello, tra noi e il passato c'è la pausa del sangue prima di scorrere e sporcarmi la camicia, i fogli da imbrattare che mi restano, coi giorni sbagliati, quelli giusti. A chi mi chiede un consulto sull'amore, offro da bere due volte, non resta da fare altro che ubriacarsi come si deve, ho notato che le strade sono piene di persone che stanno in piedi nonostante il petto lacerato. E resta sempre meno tempo, come a tutti del resto, la vita e' breve in ogni caso. Perciò bisogna scrivere prima che sia domani. Così almeno, nel raggrumo del non dormirti accanto, mando fianchi di carta a protezione del tuo corpo, come la prima volta che ti afferrai una mano. Vedi, nonostante una certezza di smarrimento, ho versato vino in un bicchiere lontano. Sarà questa la speranza? Che ne sanno i vicari indifferenti? Che gli frega se il mio canto ha radici nell'uomo? Nelle sue alluvioni, nel cuore bruciato. Abbondantemente fraintesa, vedi, da tutti quelli che mi parlano e mi cercano compagnia senza accorgersi che sono un fantasma. Non una donna, ma milioni. Non una lettera, ma tutte le lettere. Non un amore, ma tutti gli infarti. Tu mi hai aiutato a cadere, mi hai aiutato a perdere il paradiso. Siamo diventati moltitudini di sogni agitati, metallo e farina dissanguata. Grazie di aver condiviso con me la semplice tavola dei poveri innamorati, la sommità degli uomini comuni che l'amore innalza fino al freddo panico di essere perduti dentro un altro. A poco a poco, mi trasformerò in polvere. Sarò una polvere piena del tuo odore. Sigillai la lettera nella busta, la lasciai sul tavolo. Consegnai il kimono al guardaroba, la notte diluiva nell'alba. Non mi voltai. Per la nausea di vedere le rive del niente, limpido corpo di sabbia e fogli di carta, nel vento. Come le stazioni senza i treni a vapore. A volte qualcuno ritrova le lettere scritte in quel bar, i rigattieri le comprano quando è ormai troppo tardi per quegli strani sembianti del cuore umano. Che finiscono al banco dei pegni.
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