L’ASSESSORE
Scritto da Alessio Viola    Lunedì 27 Luglio 2009 10:38    PDF Stampa E-mail
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Improvvisamente gli tornò alla memoria un passo dei Promessi Sposi, uno dei pochi che ricordava delle sue letture scolastiche. Quando Don Rodrigo rientra a casa, una sera, dopo una notte di bagordi dei suoi. Testa pesante, bocca secca, nausea, sudore freddo. Tutta colpa della cena, pensava, del vino cattivo. Ora vado a letto, una buona dormita scaccia tutto. Domani mattina starò bene, come nuovo. Aveva la peste. L'assessore si rigirava nel letto, fradicio di sudore. Temeva quello che sarebbe successo l'indomani. Giravano voci di purghe, il presidente sembrava deciso a cambiare tutto, politica, alleanze, uomini. Pure, lui si sarebbe dovuto sentire sicuro, era amico di vecchia data del capo, era stato scelto nonostante il parere di tanti, ostinatamente. Perché allora quella paura, quel blocco alla bocca dello stomaco, il respiro corto, il panico? Si alzò, strascicò le ciabatte fino in cucina, la luce del frigo illuminò bottiglie di prosecco smezzate, succhi di frutta, formaggi vari. Mandò giù un sorso di latte freddo, che si piazzò sullo stomaco come un capitone fritto mangiato la mattina di S.Stefano. Pessima idea. Accese la tv, cercando vecchi film sui canali a pagamento. Di solito funzionano come sonnifero. Un film americano, c'era il governatore che usciva con la macchina di servizio, una di quelle macchinone che non finiscono mai. Una fitta lo assalì all'addome, credette di svenire. Pensò alla sua Alfa argentata, al fido Nicolino che lo aspettava paziente tutti i giorni, alla sua guida sicura e veloce, affidabile. L'avrebbe perso, ne era certo. Che altro potevano significare i silenzi del capo, il suo non rispondere al telefono, il negarsi del suo segretario? Proprio ora che stava risolvendo il caso di quel project financing, un affare da qualche milione di euro, che avrebbe trasformato il volto delle principali città. Facendole risplendere grazie ai supermercati costruiti nelle chiese sconsacrate. Certo, il fatto che sua moglie sarebbe stata la project leader aiutava, ma non era tutto. È che voleva lasciare una traccia del suo passaggio, ecco, essere ricordato come un titano dell'amministrazione. A proposito: doveva ricordarsi, assolutamente, che cosa si era detto con Ciccio al telefono, quella volta che lo aveva chiamato da Cortina. Gli aveva accennato alla scelta della moglie come capo del progetto? C'era un rompipalle di magistrato che si era messo ad intercettare questo e quello. Lui era prudente di suo, ci mancherebbe. Era pur sempre un ex rivoluzionario, se è per questo. È che a volte non sai, ti scappa una parola di troppo, e il rompicoglioni di turno ti fa sbattere in prima pagina da qualche amico giornalista. Tornò a letto, proviamo con un libro. Uno di Mòntalban, era intelligente quasi quanto lui. Parlava di ricette immorali. Gli si gonfiarono gli occhi di lacrime, si era ricordato che sarebbe stato l'ospite d'onore al festival del tartufo di Alba, gemellato con il cardoncello pugliese. Tre giorni di cene da gourmet, Baroli e Barbareschi come se piovesse, alberghi nei castelli piemontesi, e lui solo, sua moglie trattenuta qui. Doveva ricordarsi di chiamare Pierpaolo, gli avevano detto che da quelle parti fa molto freddo, la notte, anche se si è a settembre, provvedesse lui. Già, chiamare. Lo avrebbe fatto ora, ma sua moglie russava, impossibile parlare senza alzare la voce. Si alzò di nuovo, doveva bere. Acqua questa volta. Fredda, da provocargli una sudata violenta, uscì di corsa sul balcone. Quando si affacciava, di giorno, sembrava di assistere ad una ginnastica collettiva. Gente che si sbracciava, saluti, anche baci. Lui rispondeva solenne, compreso nel ruolo. Poi scendeva, era una gara a chi gli offriva il caffè. O gli strappava una decina di metri sottobraccio, segno di amicizia e promessa di favori. Aveva visto, quando era entrato lui in giunta, la fine che fanno gli ex. Abitava vicino all'assessore al buco nell'ozono della precedente Amministrazione. Di colpo, solo. Attraversava la piazza senza che nessuno lo salutasse. Si avviava con la vecchia Escort verso il suo vecchio istituto, dove insegnava diritto, lui, un quasi principe del foro. I fine settimana erano strazianti. Quando era in carica, sempre fuori. Convegni in Argentina, seminari a Colonia, quando andava male una fiera a Milano. Natale e le feste, poi. La fila dietro l'uscio di casa. Regali, omaggi e prebende di ogni natura, soprattutto di quelle inconfessabili. Proprio come accadeva a lui, ora. No, maledizione, non doveva succedere a lui. Non si rese conto che erano le cinque del mattino, albeggiava. Prese il cellulare, il Blackberry di cui era così orgoglioso. Fece il numero del presidente. Niente. Era staccato. La cosa lo sconvolse, aveva perso il senso del tempo, oltre che del decoro. Bene. Voleva la guerra? Sarebbe andato in consiglio a rivendicare i sui meriti, avrebbe chiesto spiegazioni. A costo di ricorrere al tar, ma non si sarebbe arreso senza combattere. Le sette passate, era già vestito, pronto per andare in ufficio. Sotto casa l'autista aspettava. Gli sembrò che il saluto fosse meno cordiale del solito. Maledetti italiani, sempre pronti a tradire, maramaldi per genetica, altro che politica. La radio era accesa. Il gr delle sette e mezza. I nomi del rimpasto. Ascoltò trattenendo il fiato. Questi gli assessori destituiti. Cinque nomi, scanditi con lentezza sadica dall'annunciatrice. Poi, il silenzio. L'autista inchiodò quasi, accostando con manovra audace. Motore spento, silenzio. Uscirono contemporaneamente dall'auto, si guardarono, solo un vento leggero e caldo a testimoniare del momento. Un urlo, e un abbraccio, e vai! Lui non c'era fra i trombati, era nell'elenco dei buoni, di quelli che si erano salvati. Un ballo selvaggio, un trenino con l'autista, una festa che l'estate dell'82 era niente al confronto. Si ricomposero presto, gli sguardi dalle poche auto che passavano dicevano dello stupore che provocava la scena. In auto, accanto all'autista perché lui era democratico, cosa credete, il primo gesto fu il numero del presidente. Questa volta squillava. A disposizione! Fu l'unica frase che riuscì a pronunciare, prima che la commozione lo sopraffacesse.
 

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