| L’UOMO CHE VISSE DUE VOLTE | ||||
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MANHATTAN, 1 marzo, ore 12.32.
Benché spesso Therese lo mandasse in sollucchero, e per fortuna avveniva il più delle volte, in quel caso il Puma si era profondamente irritato. E l'irritazione, per il Puma, era l'anticamera della bestia. Nella circostanza, suite cinquestelle, vista sullo skyline di Manhattan, vasca idromassaggio matrimoniale, accappatoio di seta con le iniziali in oro ricamate sulla tasca come omaggio al miglior cliente dal direttore dell'albergo, secchiello con ghiaccio e Kristal millesimato del 1986, solo per citare alcuni tra i comfort annessi, nella circostanza dunque la presenza di Therese e delle sue moine si era rivelata quanto mai inopportuna per il semplice fatto che nella suite con loro si trovava, almeno fino a due minuti prima, anche il principale socio d'affari del Puma. Ovvero l'amministratore unico di una importante compagnia di export... Il Puma scolò a canna le ultime gocce di Kristal e lanciò la bottiglia in direzione della vetrata, molto vicino a colpire la donna all'altezza della chioma color miele. Una pioggia di vetri si sparse sul pavimento di marmo e sul balcone. Intanto una nube nerastra strozzava il cielo acre della metropoli. - Cazzosantissimo! - inveì il Puma tra un gorgoglio e un balbettamento. Therese, per nulla intimorita, si fece avanti sinuosa e cercò di blandirlo ancora. - Ma micetto, lo sai che quando mi sale il desiderio non riesco a controllarmi, no? - disse fasciata in un abitino rosa da cui prorompeva una massa di curve. Le mani unghiate scorrevano già sulla seta addosso al Puma, verso direzioni prevedibili eppure mai scontate. Il Puma, imporporato in volto, la guardò traboccante di collera. La sfacciataggine di lei, solitamente un'arma irresistibile, lo irritò ancora di più. - Era l'affare della mia vita - ringhiò sbavando e scacciando malamente Therese, che ricadde indietro, dolorante al fondoschiena. Un altro oggetto, un posacenere di maiolica fatto arrivare direttamente dall'Italia, andò a infrangersi contro una parete, accompagnato da un: Merda! Bussarono alla porta. - Chi cazzo spacca? - gridò rauco il Puma, ignaro di aver elaborato una figura retorica. La porta si aprì. Un cameriere in camicia bianca, biondo, massiccio e assai abbronzato, fece ingresso nella suite senza curarsi di rispondere. - Signore, perdoni l'intromissione - disse con un sorriso sospettosamente smagliante e una voce fin troppo limpida - ma ho udito dei rumori e ho temuto che fosse accaduto qualcosa. - Non è accaduto proprio un cazzo, bellimbusto - rispose violento e strozzato il Puma. - E ora smamma. - Ma signore, la signora è in terra e ci sono cocci dappertutto. Mi permetta di aiutarla. - La sua voce era orrendamente vellutata e cortese, e ciò contribuiva a far imbestialire il Puma. Che, infatti, intuendo che neanche un misero cameriere lo stava a sentire, iniziò ad avvertire i sintomi dell'annebbiamento da ira. Il sangue gli affluiva al cervello offuscandogli la vista. - Grgrhnhrgh! - latrò. I peli del petto che fuoriuscivano dall'accappatoio si drizzarono quando il cameriere sorridente sollevò Therese con fin troppa premura. Il Puma, ormai più un canide che un felino, sgranò gli occhi mentre l'indesiderato bastardo scrollava con le sue grosse mani l'immaginaria polvere dal vestitino della squinzia. Altro furore. Nessuno lo stava a sentire. Il marcantonio palpeggiava la squinzia, che gli aveva fatto scappare l'amministratore disgustato (o non lo era?), e che adesso non sembrava affatto contrariata dal farsi mettere le mani addosso da quel belloccio. Ora il Puma, totalmente fuori controllo, tremava. Si lasciò cadere sulla poltrona in totale deliquio. - Signore - disse ancora il pupazzo - non si agiti, la prego. Le ripulisco la stanza e tolgo il disturbo. I denti sguainati del cameriere brillavano di luce propria. Al Puma, tra vortici neri di follia, balzarono in mente immagini di Therese supina sul marmo della suite, mentre il bamboccio, nudo, dava una ripassata, ignorando peraltro i cocci. In un attimo di lucidità, il Puma si tirò faticosamente su. Nella realtà, Therese lo guardava con apprensione; egli vedeva invece una diavolessa intenta a pratiche contro natura con il cameriere, che nel frattempo era diventato un negro con un pene mostruoso e la faccia dell'amministratore ghignante. Nel cassetto non c'era nulla. Forse sotto i cuscini? O in tasca, nella giacca appesa. Dov'era il cazzo di revolver? Il sudore gli colava lungo le tempie intanto che si arrabattava a cercare; nel cranio rimbombavano ritmi africani ipnotici. La stanza prese a girargli intorno. - La pistola! - urlò per riprendersi. - Dove sta la mia pistola perdio! Arrivò fino all'altro capo della suite con Therese che cercava di stargli dietro per reggerlo, casomai cadesse, e che ogni tanto portava le mani alla bocca, sconvolta da quel precipitare della ragione. Il cameriere raccoglieva a mano i frammenti di vetro e sorrideva con il suo sorriso stampato. - Tesoro, calmati per favore - sussurrò la donna al Puma. Lui si voltò di scatto. Anche le pupille si erano fatte rosse per i capillari rotti, e dal naso colava un rivolo minuscolo di sangue. I denti digrignati, le mani paurosamente scosse. Vide Therese sempre più lasciva e sensuale, che lo lambiva e gli suggeriva: - Lasciati andare, unisciti a noi, dai gattino - e il cameriere tornato biondo che annuiva, sempre con quella coda disumana tra le gambe. - Noo!!! - urlò con tutto il fiato che aveva in gola, prima di spingere via con foga Therese, inciampare in un gradino e cadere egli stesso svenuto. Le ultime cose che vide prima di perdere i sensi furono, nell'ordine: quella checca del direttore che lo rimbrottava per avergli rotto la vetrata della suite (ma poi lo perdonava, birichino); la madre che lo rimproverava, pure lei, in dialetto pugliese, perché si era sporcato l'accappatoio di sugo; infine il cameriere teutonico che lo rintronava a botte di membro. Poi buio. MANHATTAN, ore 23.51. Quando il Puma aprì gli occhi, non senza sforzo, la prima cosa che vide fu che s'era fatta notte, e cioè non vide un cazzo. Tuttavia percepì benissimo il cerchio che gli massacrava le meningi, e che s'era addormentato sul divano. Nella suite non c'era nessuno. Oltre l'ampia vetrata, le luci di Manhattan brillavano dalle cime dei grattacieli fino alle strade ipertrafficate. La vetrata? Il Puma si drizzò a sedere, massaggiandosi la nuca e i capelli radi. Qualcosa cominciava ad affiorare. La bottiglia, i frantumi. Quella stronza di Therese che lo aveva fatto impazzire. Pian piano risalì qualche pensiero confuso, ma soprattutto la sensazione di vertigine. Si alzò ancora barcollante in cerca di acqua, dell'interruttore e della ragione smarrita. Notò che il pavimento era pulito, nessun segno di degenerazione. Accese una piantana, meglio non esagerare con la luce, bevve un lungo sorso da una brocca e il tappeto che era la lingua trovò pace. Indubbiamente aveva alzato troppo il gomito. Ricordò alcune immagini più oniriche che reali, ma non sapeva come e quando s'era ubriacato e aveva perso i sensi. Nessuna bottiglia in giro. Silenzio, niente tracce. Immerso nel silenzio ebbe un lampo. Guardò l'orologio da parete e tirò un sospiro di sollievo. Sabato 29 febbraio, tracciava il contatore a scatti sulla destra del quadrante. 29 febbraio. L'incontro con l'amministratore era per domani 1 marzo, di questo il Puma ne era certo. Sospirò una seconda volta e si rassicurò. Il primo di marzo era domani, era stato solo preda del delirio alcolico. Tornò il silenzio per alcuni secondi. - Ouhah! - urlò il Puma a se stesso, di soprassalto. Avevano solo bussato alla porta, ma lui s'era schiantato. Benedetta ipertensione. - Chi è? - domandò poi, stizzito. La porta si aprì senza risposta. Il cameriere che entrò era l'esatta copia del germanico che, non si sa come, lo aveva sconvolto in qualche recesso della mente. - Signore, mi perdoni, la signora Therese ha chiamato per informarsi sulla sua salute, dal momento che lei non risponde al cellulare. - Per un attimo il Puma si guardò attorno in cerca di un telefono introvabile. Poi tornò a fissare il suo incubo misterioso. - La signora Therese - e qui il vichingo accennò impercettibilmente un sorriso disgustoso - ha chiesto di sapere se per caso non le fosse accaduto qualcosa di spiacevole. Al Puma venne freddo. Che diavolo stava succedendo? Chi era questo, da quale antro dell'inferno era stato sputato, con quel sorriso ebete e diabolico? Stava per smarrire di nuovo la ragione, poi s'impose di tenersi calmo, sangue freddo. Si accasciò nuovamente sull'unica certezza rimasta, sebbene anche quella, la poltrona, pareva volerselo inghiottire in un vortice nero di terrore e oblio. Il colosso teutonico gli si appropinquò. Il Puma fissava un punto indefinito nello spazio di fronte. - Si sente bene, signore? - chiese quello a 32 denti. Dovevano averlo educato così. - Dimmi solo...che è successo oggi? - Oh nulla, signore. Credo che lei abbia solo bevuto troppo champagne a pranzo. La signora Therese ed io - e qui il risolino divenne più accentuato - l'abbiamo raccattato da terra, dove si era addormentato, e messo a dormire sul sofà, signore. Il Puma si sentì lievemente rincuorato. Scacciò via il molesto infilando il bagno per un meritato idromassaggio, dicendo che aveva un appuntamento importante all'indomani, primo di marzo, mentre il biondo era ancora sulla porta. Il cameriere non capì, ma ritenne più opportuno tacere. Cionondimeno - il Puma era già chiuso nella lussuosa toilette - tirò giù l'orologio da parete della suite e spostò la data di un giorno in avanti, borbottando tra sé: Questi ricchi sono talmente stupidi da non accorgersi neanche quando un orologio è indietro. Sistemò la nuova data, 2 marzo: la mezzanotte era passata da poco. Diede una scorsa all'uscio del bagno. Cavò dalla tasca dei pantaloni un cellulare spento, lo riaccese e lo nascose sotto un cuscino. Infine uscì, badando di non fare rumore. In mano, stringeva un bigliettino con un numero di telefono che, del resto, conosceva bene.
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