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Avete presente il famigerato "blocco dello scrittore"? Quella specie di timor panico che ti prende quando proprio non sai come riempire una pagina bianca? è quello che sto sperimentando adesso, mentre mi sforzo di dare un senso e un ordine ai mille pensieri che la sola parla "radio" porta con sé. Quando ero piccolo - sei o sette anni, fin dove arrivano i primi ricordi - a casa mia c'erano due apparecchi radio: uno era un mobile abbastanza ingombrante, con due sportelli anteriori che celavano quadro e manopole e uno superiore che proteggeva il fonografo, troneggiava in salotto e veniva acceso soltanto in occasioni particolari. L'altro, più piccolo e moderno, era sistemato in cucina: in bachelite bianco crema con un comando per la sintonia che una volta acceso diventava arancione. Era una Emerson, americana come tanti altri oggetti che alimentavano i nostri sogni. Non so dove sia finita, scacciata dal suo posto più familiare dopo l'arrivo di un più maneggevole transistor giapponese, ma nella mia memoria è ancora "la radio" e non è un caso che il modello che ho appena acquistato per la mia nuova casa le somigli moltissimo. A quei tempi non immaginavo certo che un giorno la mia voce sarebbe uscita da un altoparlante quasi identico e che sarei stato io a scegliere la musica da far ascoltare a migliaia di persone. Il mio è uno di quei rari e fortunati casi in cui una pura e semplice passione diventa un lavoro ed è per questo che della radio non riesco a parlare - men che mai a scrivere - in modo distaccato e oggettivo. La radio è stata - ed è ancora - la mia finestra privilegiata sul mondo, quella che ha dato aria e luce alla mia infanzia e alla mia adolescenza, una scuola molto più affascinante e proficua di quella che frequentavo e che come tanti non amavo troppo. Perfino la radio un po' ingessata (e al tempo stesso più elegante) degli anni '50 e '60, la stessa in cui una commissione di censura bloccava le canzoni sgradite a un'Italia provinciale e bacchettona, riusciva a insegnare una quantità incredibile di nozioni. Un esempio? Una serie di sceneggiati in cui Philip Marlowe, il disincantato investigatore creato da Raymond Chandler, aveva la voce bellissima di Arnoldo Foà. Per non parlare di "Alto gradimento", la trasmissione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni - con gli interventi surreali e travolgenti di Mario Marenco e Giorgio Bracardi - che cambiò radicalmente il modo di fare radio nel nostro paese. La radio è un mezzo di comunicazione caldo. Puoi ascoltarla facendo altre cose. Non ti impone la sua presenza ma ti accompagna nelle situazioni più varie. Non ti costringe a star fermo. Anzi. Ti spinge a muoverti e a spostarti. Sbagliava chi ha pensato che la televisione l'avrebbe sostituita. Sbagliava chi pensava che Internet l'avrebbe superata. Non solo fa spesso ascolti più cospicui di quelli della tv, ma è entrata in rete allargando il suo raggio d'azione. è il futuro senza perdere nulla del suo fascino romantico. E ogni volta che siedo dietro a un microfono, intenzionato a condividere pensieri ed emozioni con chi ascolta, il bambino ammaliato dalla Emerson in bachelite bianca si sovrappone al vecchio e rodato conduttore. Come se passato, presente e futuro coincidessero per un magico istante. Giancarlo Susanna
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