Io e il 70
Scritto da Mauro Marino    Martedì 24 Luglio 2007 19:23    PDF Stampa E-mail
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C'era ‘Popof'di Carlo Massarini e Massimo Villa alla radio e io chiuso in macchina mi sintonizzavo per ascoltare musica e i ‘gr' che dicevano gli scontri e le vittime di quei giorni di piombo. Erano i ‘settanta' e qui, nell'estremo sud-est le cose arrivavano di lato, come una botta al fianco. Sospiravo passioni ed incazzature. I primi erano già in giro a Firenze, a Bologna, a Roma da poco universitari e poi Lecce non è mai stata veramente città ai margini e, in quegli anni, la tensione salì anche qui. Città universitaria con un buon movimento studentesco nei licei e negli istituti tecnici viveva la sua bagarre politica con frequenti confronti tra parti. "Fascisti e comunisti" era una battaglia che animava le serate di nutriti gruppi di giovani che si davano da fare crescendo, un tempo di aggregazioni, di lotte, di amori. Disegnando destini. L'ala creativa coltivava le sue utopie: fanzine, gruppi musicali, tentativi di teatro nutrivano l'illusione post-politica. C'erano linfa e talenti e tutto sembrava poter fiorire, al riparo da tensioni e insane radicalizzazioni militari. La stessa autonomia ‘operaia' era una frangia che, nei riguardi della tenuta militare delle fazioni ‘marx-leniniste' e alla verve ideologica e pragmatica dei gruppi della nuova sinistra', appariva più come una gioiosa confraternita post-hippie. La Chiesa Greca era divenuta in quegli anni il ‘quadrato' delle esperienze di radicalizzazione politica. Autonomia aveva il suo palazzo occupato, e il Movimento Lavoratori per il Socialismo il suo fortino.

Il primo ricordo è una vespetta verde con due a bordo che trasportavano una grande bandiera rossa, avevo undici anni, ed era il 1967, il mio ingresso nella scuola media, diventavo ragazzo. Avrei avuto ventuno anni nel settantasette, e il mio crescere è tutto racchiuso in quei dieci anni di travagli esistenziali, di avventure, di clamori che hanno mischiato la vita. Negli occhi il ‘movimento' o più che altro il continuo muoversi delle cose.

Ma più di tutto, se mi racconto vengono persone a cui ho prestato fede.

Sempre mi sono lasciato accompagnare nel desiderio di costruire in libertà il percorso, per dar forma alla mia visione della pratica creativa e della poesia. Agire nell'attenzione, nel presente, per meglio cogliere l' attitudine al volo, alla planata, allo sfiorare la lingua, l'espressione, le sue modalità, per meglio comprenderla negli altri, nel suo mostrarsi, dichiararsi. Nei poeti come nel largo dell'arte, della creatività, del fare propositivo, costruttivo e capace di prefigurare, non solo opere, ma sempre, una differente qualità della vita, delle relazioni e dello stare a vivere. Questo l'insegnamento post-politico degli anni settanta per chi come me di quell'epoca e a lungo poi, è stato "pubblico", testimone, con gli occhi aperti a guardare e a nutrirmi. Dicevo guide: legami, molto spesso vissuti in ascolto, a cogliere con lo sguardo, provando in un apprendimento sempre artigiano, da bottega. Prima "i più grandi" nella adolescente vita di strada. Biciclette, corse in campagna, incursioni notturne nei caseggiati in costruzione della prima periferia leccese, che costruiva la sua circonvallazione in un epoca di ‘battaglie' man mano divenute politiche. E' stata la politica l'elemento chiave di quella socializzazione. Non capivo, ma percepivo che l'idealità non era nello stato delle cose, bisognava cercar altro, tentare altro, anche quando molti anni dopo, ho scelto il teatro, la fascinazione artistica, la poesia. Tutto s'è mescolato nella politica, da quella stagione di formazione vissuta per strada.

Prima fascista son stato. Subito appena in strada, fascisti erano i miei pari, anche se da qualche parte filtrava l'infatuatuazione per i primi ascolti musicali ‘impegnati': Beatles, Jimi Hendrix, Cream, la pscichedelia americana. Chiusi in una stanza a divagare di hippy, delle gioie di Woodstock, imparavamo ad aggiustare il tiro al desiderio. Era lo spirito del tempo che iniziava a dettare le regole di un divenire globalizzato che, con gli anni del boom economico (i magnifici ‘sessanta' della dolce vita e delle cambiali) attraverso le merci ed i consumi, aveva iniziato a rodere la distanza tra centro e provincia.

Tra i fasci di guide ce n'erano, ‘arditi' più che altro, ma non buoni maestri. L'idealismo mischiato alla nostalgia, aveva un che di macabro, nessuna energia mutante, solo atti più o meno valorosi per temprare, per far ragazzi coraggiosi, assalti ai rossi e presidi alle sedi. L'ultimo atto d'una guerra civile ancora non digerita che aveva i suoi scampoli tra i giovanotti schierati: fascisti e comunisti, ma anche poi, strategie terribili attentati, bombe, scontri, grande tensione. Piazza Fontana per me è la leva di consapevolezza e la scoperta d'un altro agire, fare, credere. Da solo però, a guardare, per molti anni nel movimento da outsider e poi nella "follia intellettuale" del PdUP (Partito di Unità Proletaria per il Comunismo) con tante buone guide, di pensiero, di riflessione, persone che ancora stimo: Elettra Ingravallo, Piero Fumarola, Franco Ungaro, Chino Salento, Gigi Perrone. Da qui la mia sociologia (Urbino nel 1978), la scelta di studiare elaborando tra teorie e pratiche una mia idea del lavoro culturale. Mi piacquero subito degli studi di sociologia sud-americana. Il sociologo militante, produttore di consapevolezza, non scienziato, non separato, non numeratore di questioni e fenomeni quello che poi anni dopo ho realizzato con Motus ( Urbino 1985, la mia prima formazione di lavoro culturale) e nell'incontro con Danilo Dolci. Sperimentare la possibilità del contatto con chi ha dato alla sociologia una poetica, una tensione di accoglimento, di ascolto dell'altro per muovere cambiamento, sviluppo, progresso nella misura delle necessità, delle priorità, del reciproco adattamento creativo.

Nel mezzo di questi due momenti c'è l'incontro, a Lecce nella seconda metà degli anni settanta con Luigi Lezzi e Stefania Miscuglio, teatro di strada, pantomime ma anche una eccezionale ensamble di musicisti Toni Robertini, indimenticato compagno di vita, con la Mela d'Oro sino a Bandaid, passando per il Collettivo musicale di Terra d'Otranto. La comunità hippie, l'ensamble creativa si realizzò con viaggi di spettacolo che attraversavano il sud d'Italia portanto il Jazz e una formidabile energia condita di fuochi d'artificio e suoni di banda. Una vecchia Anglia, un furgone Volkswagen e la mia vespa, i locomotori. Il teatro, quella l'origine di un interesse sempre nutrito e in progressione: l'infatuazione e la militanza grotowskiana, i Festival di Sant'Arcangelo, le esperienze urbinati, il clown, le prime autonomie produttive, sino alla lunga e bellissima parentesi con il Teatro della Valdoca di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri negli anni 90.

C'era stato il venir via da Urbino nel 1989, dopo Motus e venne l'incontro con Antonio Verri nella stagione di Astragali, l'inizio dell'avventura del laboratorio Santa Maria del Paradiso verso il Fondo Verri e le scene con Patrizia Rucco coreografa della compagnia di teatro danza Skenè, a realizzare il mio settantasette.

La relazione questo il centro. Oggi che "arte relazionale" è divenuto un termine ed un valore diffuso, io sorrido. Non lo chiamavo così il mio agire, ma adesso è chiaro dove inquadrarlo, come meglio comprenderlo. Vengo comunque da lì da quegli ascolti, da quelle spintonate d'energia cresciute per strada, da quel camminare svelto traversando le ‘cose' del tempo a fronte alta, trattenendo il respiro quando la botta al fianco arrivava forte. Aperto sempre, è sono felice d'aver costruito un percorso originale, denso di occasioni e di incontri che sempre rinnovano l'entusiasmo e la vitalità del lavoro. Guardando, guardando mi son fatto vivo!

Mauro Marino

 

 

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