| Il Movimento trent'anni dopo | ||||
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Un movimento, intanto, esiste. Non è un problema se non riuscite ad attribuirgli le giuste dimensioni o le opportune etichette; se non riuscite a trovare la sede unica di questo soggetto; se è difficile ridurre le tante idee presenti in un unico pensiero. Quando serve, un movimento c'è. La lotta dei cittadini di Scanzano Jonico per difendere il proprio territorio dalle scorie nucleari, lo sciopero a oltranza degli operai di Melfi o la protesta delle famiglie di Termini Imerese per difendere il lavoro, rappresentano dei fatti assolutamente straordinari all'interno del panorama politico e sociale italiano. Non un movimento politico, non solo. I cittadini della Val di Susa, o i duecentomila di Vicenza non rappresentano una forma di opposizione ideale alla politica del governo. Non solo. Sono fatti che parlano di una voglia di partecipare da parte dei cittadini e, insieme, di un deficit di rappresentanza. I partiti non sono più il tramite, il collante tra le istanze della gente e i diversi livelli istituzionali: c'è troppa distanza e, spesso, una forte autoreferenzialità. Ma, c'è dell'altro: le posizioni che il movimento assume sui vari temi sono così radicali (nei contenuti) che non riescono più a trovare una sponda limpida e sicura all'interno del dibattito politico, troppo preoccupato nel mantenere equilibri e interessi intatti. Da qualunque parte. Dal livello nazionale a quello locale. Non può destare meraviglia che un movimento contro la guerra si opponga alla costruzione di una base militare, o protesti perché in Italia le spese militari continuano ad aumentare. Si è per la pace, come scelta politica, non per slogan. Se i Cpt sono non luoghi vanno chiusi, non si possono superare. A danno dei migranti. Se la legge 30 ha moltiplicato la precarietà, ad ogni livello, va abrogata, non può essere superata. A danno dei lavoratori. Le rivendicazioni del movimento non possono essere ricondotte ad un'esibizione folcloristica, da relegare in spazi ben protetti. Al contrario rappresentano un'autentica piattaforma di un programma di governo, e che trova serie difficoltà ad essere attuato da chi si è proposto come referente politico del movimento stesso. Sono idee che stanno alla base di un progetto di società diversa, sono quelle idee che, a livello globale, ti fanno parlare di un altro mondo possibile. Ma, attenzione: perché anche il movimento rischia seriamente di fallire la propria missione, e questo è bene dirselo. Senza andare lontano, l'ultimo appuntamento di Nairobi ha smascherato, ove ancora ce ne fosse bisogno, quanto stia diventando elitario e borghese, il movimento: e, d'altronde in Africa non sarebbe potuta andare diversamente. Biglietti d'ingresso al forum troppo costosi per i poveri, l'acqua venduta in bottiglie di plastica, il cibo troppo costoso in una terra dove migliaia di bambini muoiono di fame. E poi, i nostri delegati della Tavola della pace, delle amministrazioni locali, alloggiati in lussuosi alberghi a cinque stelle, in compagnia di ogni tipo di prelibatezza. C'è da pensare, se si vuole costruire nei fatti e non solo con gli slogan, un altro mondo possibile. C'è poco ancora da analizzare, lo si è fatto ormai per troppo tempo; è ora che il movimento progetti interventi concreti e azioni precise, per non rimanere vittime di illusioni. Tutti. Michele Frascaro
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