| E' davvero esistito il 77? | ||||
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"Il ‘48, il ‘68, il prosciutto cotto..": con queste parole, uno dei più grandi sociologi del secondo novecento italiano - Rino Gaetano - sbeffeggiava le fitte retoriche sugli anni cruciali del nostro passato collettivo, quegli anni che vengono sempre seguiti, manco a dirlo, dall'aggettivo rivoluzionario. A quella sequenza si potrebbe serenamente aggiungere il ‘77 che, a nostro modesto avviso, è assente dal testo menzionato soltanto per problemi di rima. Esegesi personali e non autorizzate a parte, il ‘77 resta un vero buco nero della storia repubblicana, un evento imprendibile a distanza di 30 anni dal suo dispiegarsi. Una distanza che ormai dovrebbe consentire una lettura critica di quell'annus terribilis come avvenne per altri episodi chiave della storia nazionale. Basti citare la Resistenza la quale - benché non certo esente da vertiginosi usi pubblici e politici - dopo appena otto anni incontrava uno dei più fertili e duraturi tentativi di ricostruzione storica (Roberto Battaglia, Storia della resistenza, Einaudi, Torino, 1953). Il destino del ‘77 è diverso. Eppure le interpretazioni non mancano. Anzi, tre distinti campi hanno concorso ad erigere una selva di rappresentazioni che ci allontanano dalla reale comprensione di cosa sia stato realmente il ‘77. Il primo è quello della memoria dei protagonisti. Dopo aver esplicitamente sostenuto in un libro uscito a caldo (Autori molti compagni, Bologna ‘77. Fatti nostri, Bertani, Verona, 1977) che il ‘77 rifuggirà indisciplinatamente all'ordine del discorso degli storici, intasano puntualmente ad ogni anniversario tutti i mezzi di comunicazione raggiungibili. Ma la memoria, che pur è una funzione importante per la costruzione delle identità individuali e collettive, resta fisiologicamente imprigionata nel suo punto di vista parziale. In questa prospettiva, si ripropongono come un riflesso pavloviano le immagini di sempre: la cacciata di Lama dalla Sapienza a Roma, il mite Lo Russo caduto sotto i colpi dei carabinieri a Bologna, Radio Alice e la stantia contrapposizione tra «creativi» e «duri e puri», Kossiga la vipera velenosa, infine, nelle versioni più raffinate, la natura profetica di una insorgenza di «non garantiti» (leggi oggi: precari). Troppo poco. Davvero troppo poco per parlare di un movimento periodizzante nella storia del ‘900. Di contro, si erige da trent'anni la rappresentazione dello stato, degli uomini di allora e dei loro eredi nel governo del Paese. Il discorso proveniente da questo campo lascia forse ancora più interdetti coloro che all'alba del Terzo millennio vogliono capire i conflitti del Novecento e progettare una società migliore per il Terzo millennio. Si possono prendere in prestito le parole di Sarkozy, ministro dell'Interno della Quinta Repubblica francese, che a proposito del ribollire delle banlieus parigine così si è espresso: «racaille», feccia. Dunque il ‘77 sarebbe il gesto disperato del «fondo» del secolo morente, i reduci di un estremismo ideologico e violento, gli scarti che le istituzioni hanno giustamente represso e spazzato via. Da ultimo vi è il campo dei media il quale, salvo rari casi, non ha fatto altro che appoggiarsi ora alla memorialistica dei reduci, appaltando inopinatamente paginate di interviste agli ex, ora al discorso dello stato e ai figliocci di Cossiga, che, nelle prove più deliranti, spalmano su almeno trent'anni di vicende complesse la categoria destoricizzata di terrorismo: il ‘77 alle origini de rapimento Moro, il ‘77 alle origini delle BR vecchie e nuove, il ‘77, perché no, ispiratore del terrorismo islamico. D'altronde, cosa è stato il «nine-eleven» se non un gesto spettacolare, quello spettacolo che i settantasettini distillavano in gocce di rivoluzione. E prima di loro i dadaisti, i surrealisti, i futuristi. In ogni caso tutto il peggio del ‘900! In questa babele di discorsi contrapposti, del ‘77 quale esso è stato non sappiamo ancora niente. Cosa succedeva a Lecce intorno a quegli anni? E a Palermo, Napoli, Venezia? Si può parlare di un movimento solo in virtù della mobilitazione di gruppi radicalizzati di due o tre città? Quali i soggetti protagonisti? Quali i conflitti generazionali? Quale la cornice internazionale, oppure si deve concludere che si sia trattato di un caso periferico? Come si ridefiniscono le culture politiche? E che ruolo ha il consumo nell'erodere i tradizionali riferimenti politici della sinistra? Come incide sulle istituzioni e sulle forme della politica ecc. ecc. Insomma, in attesa di qualche risposta proveniente giocoforza dalla generazione dei trentenni di adesso che con astuzia diffidano non solo delle pratiche di etichettatura delle istituzioni e dell'autoreferenzialità delle «memorie divise», ma anche dei professionisti dell'opinione pubblica, dei mercanti della notizia, non paia troppo iperbolico il titolo di queste note: «è davvero esistito il ‘77»? Andrea Rapini
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