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Tanto vale dirlo subito. "WARRIOR" deve assolutamente essere visto. Per una serie di ragioni oggettive che stanno nella classicità del soggetto e per un'altra manciata di motivi che ben si combinano al resto.
Uno, il titolo. Si faccia avanti chi di fronte a un titolo così maiuscolo, invadente, evocativo non resta intrappolato in una specie di assoggettamento emozionale derivante dalla parola stessa. Pur sapendo da subito che tra "WARRIOR" e il suo plurale, il film culto di Walter Hill del '79, non c'è la minima attinenza, questa voce così piena, fisica, corposa non tradisce le attese e introduce a un paio d'ore di equilibrato e intramontabile godimento. Si scacci dunque dalla testa il tema di Barry De Vorzon che attacca implacabile prima che si possa realizzare di essere in un altro film e in un altro millennio, e ci si abbandoni all'Inno alla Gioia rivisto da Mark Isham. Due, il genere. Da "Toro scatenato" in poi, passando per i quattro "Rocky" (perché il quinto, si sa, non esiste), "Million Dollar Baby", "The Wrestler" e "The Fighter", le raffiche di pugni su ring, di qualsiasi natura e con qualsiasi variante, mettono all'angolo, costringono alle corde, sempre e per sempre. Qui i pugni ci sono eccome; ma visto che non è di boxe che si tratta, ma di arti marziali miste (MMA), ci sono anche calci, gomitate, ginocchiate, e un'altra serie di colpi che potrebbero sembrare scorretti ma non lo sono. Il ring è la gabbia, si sta a piedi nudi, non ci sono guantoni ma guantini paranocche. Si colpisce duro, e ci si fa molto, molto male. Suprema delizia. Dunque succede anche qui, di non riuscire a liberarsi e dover battere i due colpi, sul pavimento o sulla spalla dell'avversario. Malgrado la ricca serie di banalità della sceneggiatura, i dialoghi spesso inconsistenti, gli argomenti dietro al dramma familiare piuttosto triti, e alcune soluzioni di montaggio discutibili (quello delle scene degli allenamenti, per esempio; veramente brutto). Tre, il cast. Se si riesce a sopportare che il doppiaggio copra la voce ferma e profonda di Tom Hardy, rendendo il suo personaggio assai meno credibile e sofferto; o che un tono tristemente patetico ingrigisca Nick Nolte, sempre implorante e sottomesso, fino quasi a sfociare in un latrato in una delle scene più intense (e ovvie) del film; se quindi si affronta con rassegnazione il fatto di doversi accontentare di quel che le sale italiane impongono (sempre e solo film doppiati), si potrà godere di tre grandi attori, davvero in piena forma. A cominciare da un appassionato Nick Nolte, nel ruolo di un ex marine ormai libero dall'alcol, rinato nella fede del signore, che vorrebbe riunirsi ai suoi figli dopo una separazione (per colpa) lunga molti anni. Poi lui, Tom Hardy, con le sue spalle triangolari, gonfie di muscoli nuovi di zecca, picchiatore dallo sguardo teso come la sua pelle tatuatissima, freddo e lucido come chi non ha più niente da perdere. Gli avevamo già giurato amore per il suo"Bronson" di Nicolas Winding Refn; tutto sommato sentiamo di confermarglielo. Infine lui, il buono, l'australiano Joel Edgerton, che ha messo l'interpretazione di questo "sbiadito" Brandan, professore di fisica, ex lottare e nuovamente sul ring per necessità, tra il Baz di "Animal Kingdom" dello scorso anno e il Sam Carter de "La cosa", remake del film di John Carpenter dei primi anni '80, in uscita i primi di dicembre. Sposato con Tess (Jennifer Morrison, la dottoressa Allison della serie Dr House), Brendan è il fighter zen che si allena con la musica classica, dato per spacciato e deriso dai cronisti nel torneo finale, ne sarà invece la vera - prevedibile - rivelazione. Infine, la storia: perfetta, da manuale. Tre uomini in cerca di riscatto. Un padre ex alcolista che cerca di riavvicinarsi ai suoi due figli. Tommy (Hardy), il figlio ribelle, provato e insofferente, gran bevitore, pietrificato da un'infanzia difficile e dall'esperienza in Iraq coi marines, dove salva la vita a un uomo, ma perde il suo migliore amico; e il fratello Brandan (Edgerton) che lotta per mantenere la sua famiglia e non perdere la sua casa, unico rifugio dopo lo sgretolamento dei rapporti col padre e col fratello. Della madre si sa solo che a un certo punto, come in ogni dramma degno di questo nome, sola e malata muore tra le braccia di Tommy, l'unico rimasto al suo fianco. I fratelli Conlon hanno dunque validi motivi per andare al mega torneo Sparta, ad Atlantic City: cinque milioni di dollari e un posto dove sfogare dolori e patimenti. Lì, naturalmente, si troveranno l'uno contro l'altro. Perché, alla fine, il film questo fa: mette in scena il dramma intimo di due uomini che si sono fatti a pezzi fuori dalla gabbia e che al suo interno, invece, si scoprono ancora uniti, ancora fratelli, ancora importanti l'uno per l'altro. Ora. È chiaro che quello che scrivono sulle locandine dei film è paragonabile a quanto viene riportato nella quarta di copertina di certi libri. Totalmente falso. Perciò non aspettatevi che il film scritto e diretto da Gavin O' Connor sia davvero un capolavoro, o il sunto delle parti migliori dei vari Rocky, Million Dollar Baby e The Fighter. E se pur avete raccolto le confessioni di insospettabili, super virili cinefili che vi hanno confidato di aver pianto come vitelli sulle ultime scene, "ferocemente commovente" non è la definizione giusta; "banalmente commovente" forse sì. Perché ci si può al massimo intenerire sulle espressioni finali di Nick Nolte, sull'urlo "Teeess" che arriva alla fine dell'incontro di Brendan con il russo Koba (un po' meno sguaiato di "Adriaaaanaaaa", ma dello stesso tipo), o sullo sguardo disperato e fiero di Tom Hardy che continua a combattere anche quando è allo stremo delle forze e con una spalla slogata. Si partecipa, ma non ci si commuove. Per intenderci, niente di minimamente paragonabile alle lacrime versate per Apollo Creed.
Lori Albanese
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