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Il giorno declinava nella luce calda del crepuscolo seguito dalle saracinesche di bar e chioschi, abbandonando la spiaggia al fragore delle onde e a una pigra melodia intrappolata nell'aria afosa della sera. Il pianista picchiettava sui tasti accompagnando l'ingresso degli sposi con una personale versione di I love you dei Motivations, trascinata da una valanga di applausi. I loro occhi brillavano di un misto di affetto e inquietudine per quel centinaio di facce sorridenti stipate nel ristorante. La sala, drappeggiata da ruvide tende bianche, era gremita all'inverosimile e l'unico mezzo per orientarsi nel nugolo di posate scintillanti e centritavola floreali era il tableau affisso all'ingresso. - Nun poi capì Cecì! Viè a vedè co chi stamo ar tavolo! Mary se ne stava ritta e immobile davanti la lista degli invitati, in un completo stato di incredulità. - ‘N attimo. Cecilia risaliva a passi incerti il vialetto lastricato da pietre rettangolari che al pari di una grossa lumaca si contorceva in mezzo a resti di tramezzini, tranci di pizza e bottiglie di prosecco, ammassati sui tavoli dell'aperitivo. - Sbrigate, leggi qua! Mary teneva il dito schiacciato contro il quadro, muovendo il resto del braccio come il pendolo di un metronomo. - Che palle! Provace te a camminà su ‘sti trampoli. Con una mano arricciò il volant verde smeraldo lungo il fianco e con l'altra cercò di trovare l'equilibrio prima di affondare la scarpa nella sabbia e osservare da vicino il dannato tableau. Localizzò l'impronta ovale del dito di Mary stampata sopra una scritta a caratteri neri. - Fra-n-co... e chi è? - Franco Carvelli! - Se, beata a te. Si ritrasse svogliatamente, scollando il tacco imbrigliato in una zolla di granelli ferrosi. - Te dico che è lui. - Figurate, se c'era me n'ero già accorta. - Infatti, l'hai visto e manco l'hai riconosciuto. - E dove? - In chiesa, era er testimone dello sposo. - Er ciccione? - No, quello è er pischello de Giulia. L'altro. Cecilia ancorò gli occhi al cielo, ripensando al volto rancido e glabro del ragazzo cercando di tracciare tra quei lineamenti grinzosi una mappa di ricordi. Poi, scosse la testa sbarazzandosi di quell'immagine. - Nun è lui. - Fidate. - Che ne sai? - Me l'ha detto Giulia,‘a ragazza de Stefano. - Er ciccione. - Brava. Infatti, - il tono di voce si fece improvvisamente basso, come se volesse parlarle all'orecchio, spingendo l'amica a chinarsi, rendendola complice di quel pettegolezzo - sto Stefano, Carvelli e ‘o sposo, so cresciuti insieme. Calcola che Carvelli all'inizio nun voleva fa er testimone, sai, dopo tutto quello che era successo co Roberta. - Allora stavano insieme sur serio? - Ma che nun li leggi i giornali? Se dovevano sposà! - Pensa te, io me credevo che faceveno così solo pe attirà l'attenzione. - Forse lei, perché pare che ‘na volta uscita dalla casa, continuava a fasse vede in giro co Franco mentre frequentava ‘n artro. E du settimane prima delle nozze, gli ha dato er ben servito. - Poraccio, deve esse stata ‘na botta. - Nun poi capì, ha scapocciato pe sta storia.
Un fascio di luce si stiracchiava da un'applique, disegnando sulla parete un'impronta lattiginosa. In basso, schermata dalla penombra, spuntava la figura esile di Franco Carvelli. I muscoli tonici e sicuri di un tempo si erano dissolti, lasciando in eredità un corpo gracile, un involucro senza ossa, un soldatino di gomma dalle movenze fluide e armoniche, almeno era questa la sensazione che provava quando era sotto Lexotanil. Un rifugio sicuro che la benzoziadepina gli offriva durante i momenti di stallo, quando i ricordi riaffioravano e le voci gli ronzavano in testa. Sapeva che non sarebbe stata una buona idea partecipare al matrimonio, ogni oggetto in quella sala trasudava ricordi opprimenti: i vasi colmi di calle che incorniciavano la portafinestra, il cartoncino rosa utilizzato come segna tavolo, i sacchetti di tela rossa delle bomboniere e persino la spiaggia. Roberta trovava romantica l'idea di celebrare le nozze in riva al mare, sotto una luna bianca e immacolata contro un cielo puntellato di stelle. L'aveva visto in un film e non faceva che ripeterlo. Lui, al contrario, immaginava la sabbia nelle scarpe, il vento e l'odore acre del mare di Fiumicino, eppure, aveva assecondato le sue richieste, girando in lungo e in largo attraverso ristoranti, pasticcerie, fiorai, stabilimenti balneari. E lei, due settimane prima del matrimonio, l'aveva ripagato umiliandolo pubblicamente con un cazzo di ballerino. Uno di quelli che andava in televisione a muovere il culo in calzamaglia. La testa iniziò a farsi pesante e una pozza di sudore si allargò alla base del collo. Lanciò un'occhiata circospetta al tavolo solo per essere sicuro che Giulia, Stefano e un uomo dai lineamenti anonimi, non lo stessero guardando, poi fece scivolare il braccio sotto la giacca, all'interno del taschino, dove custodiva un involucro di plastica rettangolare. Con i polpastrelli ne saggiò le rotondità e le increspature, contandone le rimanenze. Agganciò il bicchiere di vino coperto da una condensa di gocce d'acqua e con un gesto rapido del polso, infilò una compressa da sei mg in bocca e mandò giù, sperando che quella cascata acidula lo aiutasse a ripulire la mente da oscuri presagi. Quando riemerse, vide due ragazze zigzagare tra la folla alla ricerca della loro postazione. La più alta, si muoveva goffamente sui tacchi, tastando con prudenza il suolo ad ogni passo ma ostentando un'aria di sfida, con la testa piegata all'indietro e il mento leggermente sollevato, come se tutto quello che accadesse al di sotto del bacino non fosse di sua competenza. L'amica, a dispetto di un fisico basso e tarchiato, mostrava un portamento sensuale, dovuto anche alle forme del corpo strizzate in un vestito rosso porpora che parevano sul punto di saltare fuori da un momento all'altro. - Piacere Cecilia, ‘na amica d'a sposa. Stefano fu colto di sorpresa, ancora alle prese con il vassoio di tartine al salmone. Si voltò prima verso Giulia, impegnata a scambiare confidenze con la ragazza formosa, poi si pulì la mano sul pantalone e con un movimento di forzata disinvoltura, alzò il culo dalla sedia quel tanto affinché il suo gesto fosse interpretato da tutti come un atto di galanteria. - Piacere Stefano, amico e testimone d'o sposo. La ragazza trattenne distrattamente la mano grassoccia e unta di Stefano, volgendo il mento spigoloso nella direzione di Franco. - Ciao. Disse, calcando la voce. Non aveva voglia di socializzare con nessuno, ma le uniche donne che aveva incontrato fino a quel momento erano le zie della sposa, un gruppo di vegliarde bendate in abiti color pastello, impegnate a frugare tra i ricordi sbiaditi dall'Alzheimer il nome del giovanotto dall'aria così familiare. Abbozzò un sorriso inebetito e srotolò il braccio sopra la tovaglia. - Piacere, io sono Franco. - Lo so chi sei. T'ho riconosciuto subito quanno t'ho visto.
Nel locale soffiava una leggera brezza, asciugava le fronti imperlate di sudore dei camerieri, sgusciava sotto le tovaglie e accarezzava i piedi nudi e scodinzolanti delle signore, gonfiando e spalancando le tende su una distesa buia e densa che uniformava il panorama, rendendo impossibile distinguere il mare dalla spiaggia. Il tramonto si era spento, al suo posto la luce della sala gettava sulla sabbia un recinto giallognolo, dove drappelli di ospiti condividevano cibo, vino e un'allegria fatta di grida e tramestii di bicchieri. L'alcol e gli antidepressivi avevano chiuso Franco in una cappa opprimente da cui non riusciva a liberarsi. La cena si stava trasformando in una lenta discesa verso uno stato catatonico, interrotta solo da sorrisi di circostanza in riposta alle sporadiche attenzioni che Cecilia e il resto degli ospiti gli rivolgevano. - Non trovate eccessivo tutto questo? L'uomo seduto di fianco a Giulia, rimasto fino quel momento avvolto in un'aurea di indifferenza, ruppe il silenzio. - Mi scusi? Giulia sfilò la sua attenzione da Mary, volgendo un'occhiata sprezzante verso il volto canuto dell'uomo. - La festa, il ristorante, il cibo, tutto questo spreco. Disse, lisciandosi una barba grigia e stentata. - È un matrimonio cosa si aspettava? Rispose seccamente, girando le spalle robuste a favore del suo nuovo interlocutore. - È proprio questo il punto. Ancora questa rincorsa allo sfarzo, lo stress dei preparativi, i litigi, per cosa? Per soddisfare le attese di amici, parenti o peggio quelle di una donna. Una vampata di calore esplose sul volto di Franco. Pensò che l'uomo stesse parlando di lui, forse aveva letto la sua storia su qualche rotocalco e ora se ne faceva scudo per deriderlo. - Non trovo nulla di sbagliato se due persone adulte e consenzienti decidono di celebrare la loro unione in questo modo. Franco accompagnava quello scambio di battute con leggere contrazioni del viso all'altezza degli zigomi, impercettibili spasmi muscolari che gli impedivano di dissimulare la rabbia dei suoi pensieri. - Più che sbagliato, lo trovo arcaico. Una forma superata che non mi aspetto da una giovane coppia. - Lei cosa consiglierebbe? - Una festa più intima e meno dispendiosa. D'altronde l'unione tra due persone è un qualcosa di personale che non ha bisogno di questo teatrino. Franco strinse i gomiti e iniziò a dondolarsi nervosamente sulla sedia. - Noi ci sposeremo l'anno prossimo e abbiamo intenzione di mettere su lo stesso teatrino, come lo chiama lei. Non è vero Ste? Rispose inviperita, rivolgendo un'occhiata indagatrice al futuro marito. - Come no. Stefano emise un suono gutturale, come se un raspio in gola gli bloccasse le parole. Deglutì e allentò il nodo della cravatta, liberando un mento pendulo simile a un bargiglio. - Io pure. Cioè, nun me devo sposà, ma si lo faccio, voglio fa un gran ricevimento co ‘n sacco de robba da magnà. Mary tentò di spalleggiare l'amica, innescando la pronta adesione di Cecilia. - Te credo! Mica vogliò passà pe purciara co l'amici mia. - Per carità, signorine, non volevo offendere nessuno. Le mie erano solo considerazioni. L'uomo circumnavigò con gli occhi la tavola alla ricerca di un approdo. - La prego, almeno lei, mi dia una mano e dica che non vorrebbe tutto questo per il suo matrimonio? Il tavolo piombò in un silenzio stridente. Franco sperava di passare inosservato, ma fu punito dalla sua stessa timidezza come uno scolaretto introverso spronato a partecipare alla lezione. Sollevò la posata dal piatto, smettendo di utilizzare il fondo oleoso come fosse una lavagna magica e alzando la fronte paonazza, puntò lo sguardo minaccioso sull'uomo. - Io... non saprei. Non ci ho ancora pensato. - Bene! Questo vuol dire che condivide il mio pensiero. Se un giovane come lei non ha un'idea sul matrimonio, significa che non gli attribuisce questa importanza. L'uomo fece uno scatto all'indietro sulla sedia allargando le braccia, quasi volesse stringere Franco in un abbraccio. - Magari, uno non ci pensa perché ancora non ha trovato la donna giusta. Disse Stefano, ammiccando verso la sua compagna alla ricerca di aiuto. - Non tenti di irretire il suo amico. Io la penso esattamente come lui. Non dipende da quanto si è innamorati ma dall'idea che si ha dell'amore. Sentendolo continuare a disquisire, Giulia rimbalzò lo sguardo del suo futuro marito chiedendo di intervenire. Stefano, alzò le mani in segno di resa, tornando a concentrarsi sul tortino di radicchio e salsiccia. Franco appariva smarrito, le orecchie erano rivolte alle labbra sottili dell'uomo ma gli occhi erano incollati sulla sposa e sul suo abito bianco che sgusciava tra i tavoli come una medusa, appiattendosi contro le tovaglie di seta pesante prima di recuperare la naturale forma svasata. Immaginò Roberta, fasciata in balse color latte, fare gli onori di casa, elargendo sorrisi e appoggiando affettuosamente la mano sulle spalle degli invitati, sincerandosi che tutto fosse di loro gradimento. - Mi arrendo! - esclamò l'uomo. - Vedo che anche lei in fondo ha un'insana voglia di matrimonio, lo capisco da come guarda la sposa. Un pensiero, una scintilla che mandò in frantumi ogni barriera, liberando un flusso di emozioni incontrollabili. Sentì il cuore accelerare e il sudore rigargli le guance. Si alzò di scatto, trasformando le chiacchiere dei commensali in dieci pupille dilatate al cospetto della forchetta saldamente ancorata nella sua mano. Avvertiva la curiosa morbosità nei loro occhi come un dolore che si allargava nel cervello. Non aveva via di scampo ma non voleva concedersi a quella gente, ai loro sguardi famelici, desiderosi di catturare un altro pettegolezzo da condividere con gli amici per ridere un'ultima volta di Franco Carvelli. Farfugliò qualcosa, lasciò cadere la posata e abbandonò il tavolo, facendosi largo tra coppie di invitati intenti a scambiarsi saluti e a raccogliere confidenze, inciampando nelle occhiate della gente e nei sorrisi malevoli delle vecchie zie, soddisfatte di aver smascherato l'identità di quel giovanotto taciturno. Superò la portafinestra e iniziò a correre, oscillando come un corpo vuoto scosso dal vento, mentre l'aria salmastra gli inondava i polmoni. Cadde più volte, il viso coperto da terra sabbiosa. Si rialzò, tolse via le scarpe, frugò nella giacca, scaraventò a terra le pasticche di Lexotanil e riprese a correre, senza vedere nulla, spinto solo dalla curiosità di sapere dove finisse la spiaggia e iniziasse il mare. Le risate e le grida ormai si confondevano con il rumore delle onde contro la scogliera. Quando raggiunse la battigia, fu una liberazione. Rimase immobile, in ascolto del ruggito del mare dietro gli scogli. Era eccitato, respirava affannosamente. Fece un passo e l'acqua si accoccolò timidamente ai suoi piedi, trasmettendogli un inaspettato senso di pace e tranquillità. Sentì di non aver più nulla da temere, era al sicuro lontano dai suoi demoni. Iniziò un timido corteggiamento con il mare, fatto di carezze che lambivano le caviglie, cosce e bacino, finché non si trasformarono in un tenero abbraccio e si ritrovò a galleggiare sull'acqua, cullato dalla risacca con i capelli che ondeggiavano come alghe marine. Intorno a lui non esisteva più niente, tutto si riduceva al mare, al cielo dipinto da una pennellata di inchiostro e a una luna screziata d'argento.
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