UCCELLI DI PASSO
Scritto da Benedetta Longo    Mercoledì 27 Luglio 2011 16:40    PDF Stampa E-mail
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Aveva una natura volubile, da volatile, un uccello di passo. Riusciva a soffrire indicibilmente per amori che non aveva agognato o scelto; si straziava nello scappare dopo essersi fatta desiderare e baciare ché non avrebbe sopportato le carezze stanche del tempo...
Credette di dover impazzire quando comprese di non potersi immaginare vecchia e calma, dinanzi a un focolare, con una mano tra le mani ferme del suo uomo (suo da troppo tempo, da troppe rughe) e l'altra tra il pelo caldo e rassicurante di un enorme gatto nero; allucinata e sconvolta camminò per anni con occhi vitrei e insondabili finché un gitano esile come un fil d'erba la prese per il polso urlandole di non aver paura, di guardare ciò che aveva intorno e di ridere dello strabismo comune! La fece correre e cadere nel vento soffocante di agosto, tra gente schifata da tanta scomposta allegrezza e indignata dall'animalità del passo; la portò lontana da sguardi ipocriti, madida di sudore la strinse a sé, le chiese di continuare a guardare, di averne il coraggio, e scappò dalla sua donna troppo lontana e legata per lui. Da quando comprese la propria vocazione all'instabilità si consacrò a essa, non ebbe più un nome, battesimo fu la musica... o meglio l'amore per un uomo e per la sua chitarra.
- Chi sei?
- Sono poco più che musica...
- Come fare a non amare la musica?
...e con la leggerezza con la quale si sale su un'altalena lo baciò, baciò un uomo che non sarebbe mai stato suo, perché la musica è di tutti, anzi, non è di nessuno.

Più turbato dal vedere le sue sei corde tra le mani di qualcun altro che la sua donna tra braccia sconosciute, prendeva l'amore così, come vento, senza sensi di colpa e con la passione che al momento poteva donare. Un atteggiamento nascosto agli occhi della morale, sicuro, sì, della sua scelta, ma troppo codardo per non mascherarla con la civile convivenza con una donna perfetta (perfettamente cieca), cara e inconsapevole.

Quelle dita rovinate dalla prima tramontana percorrevano tremanti il bordo dell'orecchio, poi giù lungo il collo e la schiena di quell'amante fugace, tornavano indietro quasi ad accertarsi di non aver trascurato un solo millimetro di pelle, di aver indugiato abbastanza dal poterne ricordare il calore. Avevano fatto l'amore, un amore violento, di sangue, disperato. Un vecchio blues, malinconico e impetuoso negli occhi socchiusi, era lì a ricordare che concluso un pezzo si attacca col successivo, che la partita di un amore duraturo era persa in partenza così come la speranza di legarlo a sé oltre...

 

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