TORINO BLUES
Scritto da Maria Grazia Veccaro    Mercoledì 27 Luglio 2011 16:26    PDF Stampa E-mail
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L'aveva conosciuto all'università, magrissimo, un cappottone largo, rosso e nero, che sembrava lo aiutasse, ostinatamente, a rimanere per terra, l'aveva trovato appoggiato al muro, di fronte al bar, con gli occhi fissi sugli altri - ma non con cattiveria, no, piuttosto con una curiosità lontana e precisa, come uno scienziato che studia i suoi animali al di là del vetro e che trova la soluzione alle sue domande nei gomiti sul tavolo, nel chiacchiericcio sul bordo di un caffè, il piede nervoso della ragazza in nero che ticchetta aspettando qualcuno. Marta gli aveva chiesto dell'aula di geografia, lui disse "andiamo", lei l'aveva seguito, lui si era lasciato seguire. Poi c'erano state le feste in Ateneo, a Torino, i compleanni, i nuovi amici, gli amici degli amici, il ripasso notturno prima di un esame, di due esami, la pizza a domicilio che alla fine arrivava sempre fredda, il mal di testa delle 2 dopo quattro pinte in quel pub del centro, di sabato, i concerti, il tempo.
Luigi contava i soldi per arrivare a fine mese, sistemava in fila le monetine come se muovesse un abaco e alcune sere passava dalle scatolette di tonno all'aria, altre apriva i barattoli di sugo che erano arrivati per posta qualche ora prima, un cartone dalla Puglia pieno di formaggio, confetture, zucchero, con quelle buffe etichette "richiudere", "conservare in frigo", "senza cipolla", "con cipolla" , quel cartone come se fossero delle fotografie d'infanzia, l'abbraccio della madre, apriva i barattoli di sugo e affondava il pane, da solo, con la fame dei bulimici e quella rabbia da diseredato che lo aiutava a ripulire con le fette il vetro così in fretta da far bruciare lo stomaco, Luigi che quando gli altri parlavano rideva, per confondersi, per non permettere a nessuno di aspettare che anche lui partecipasse musicando gli aneddoti da liceo, le storie dei suoi viaggi, rideva e poi, d'un tratto, guardava fuori e la pupilla si diluiva a macchia nera, si allungava come per divenire barriera tangibile tra quel ridere impostato da palcoscenico e ciò che la malinconia nascondeva, e quelle volte che veniva preso in giro per il suo accento marcato e fingeva che non gli importasse alzando una spalla, continuava a rotolarsi la sigaretta e solo Marta capiva che in quel ghigno c'era intrappolato qualcosa, dei sassi tra i denti , e un po' le faceva paura, Luigi che la mattina si preparava sempre la moka più grande.
Torino la notte se li mangiava entrambi, ma lentamente, come fanno le matrone stanche e oramai lontane dal loro languore antico e lungo il Po, camminando con in mano un cornetto caldo, Luigi raccontava dell'aria che si sente seduti in riva al mare, dell'assordante, violento grido dei grilli in paese, delle lucciole che da bambino intrappolava nelle lattine e delle angurie più succose e fresche, dell'odore di carne grigliata che si sentiva fin oltre due case lontane, poi chiudeva gli occhi, due secondi, li riapriva, come infastidito dai propri pensieri, finiva il cornetto, si girava intorno per cercare un cestino e intanto scherzava sulle superstizioni della Mole, sul nuovo proprietario del kebab all'angolo, ritornava da Marta.
In una di quelle sere a cena da amici si baciarono, la porta della camera da letto aperta a metà come per lasciare spazio alle possibilità e lui disse "andiamo", lei l'aveva seguito, lui si era lasciato seguire.
Marta stesa sul letto, nuda, leggera come sempre, sfacciata e allegra perché nulla effettivamente l'aveva mai turbata, perché ad alcuni la vita li sfiora ma non li segna e Luigi che per la prima volta abbandona quel mutismo testardo, quelle vocali mozzicate, quelle frasi brevi come sentenze, quelle risposte che sembravano quasi sempre appunti di racconto andato, non-detti che si sforzano di fare capolino per strada travestiti a maschera e parla: "Tu non conosci le estati del Sud" le aveva detto mentre si arrotolava una sua ciocca tra le mani e lei vedeva arricciarsi il suo biondo attorno un grissino ineguale.
"L'estate ha il colore rosso delle ciliegie, delle pietre morte che agognano per terra mentre il sole le schiaffeggia sulle punte, ematomi sull'asfalto morto. E poi i suoi raggi si distendono tra la gramigna tenace e gli ulivi che si rincorrono nei finestrini di un treno, e non c'è angolo in cui queste lucertole di cielo non s'insinuano con l'invadenza dell'innamorato respinto, violano gli interstizi per corrodere gli spazi, per diventare esse stesse campi e erba,un abbraccio, una morsa, per riempire le estensioni, bloccare la liberazione dalla stretta, braccare per non perdere neanche un lembo ad ombra di presenza che tenta la fuga e si nasconde. Il sud, in estate, sono le mie labbra screpolate, toccale amore, sembrano piaghe di sete e stanchezza, sono linee decise come se ogni cosa, quaggiù, avesse una traiettoria segnata, persino una bocca poggiata su una faccia. E la mia gente la riconosco dalle cicatrici dell'arsura e dal fiato mozzo di vino e rassegnazione impastata, perché non chiedono acqua ad una terra disidratata e povera di pozzi, perché non sperano nel vento quando tutto rimane così uguale da cristallizzarsi nella cera d'agosto. Amore guarda i miei occhi, sono del mio paese accaldato, della rabbia del divincolarsi dalla presa e della sua sconfitta ad arrendersi al fuoco e ai falò di nulla. Anche in questa stanza dove tu cerchi altre coperte per burlarti del freddo e qui vicino al camino ti sfreghi le mani per cancellarci del bianco, i miei occhi sono di Sud che ci contorce nel caldo come due corpi che si uniscono - un'entrata e una spinta violenta - sono del colore delle mie radici più nere che ti legano per caviglie ai sassi mentre tu tiri una corda dal Nord credendola salvezza. E la mia gente che chiama ancora per nome, che riconosce le facce e ne ricorda le storie, e la piazza deserta al pomeriggio presto, solo ogni tanto risate di cani e piatti che applaudono nel silenzio del sonno sudato, e il campanile di una chiesa che ciondola con i suoi rintocchi strascicandosi per le strade, e le case dai calcinacci disfatti e le imposte a metà sbadiglio, e due bambini che vanno a mare, un vecchio che trascina un solo piede, odore di carne e pranzo su di un muretto a secco, di sale e carnagioni più sporche su una finestra che parla come una radio accesa."
"Amore vorrei parlarti di me" e lui intanto le si era avvicinato, sfregando anche le sue mani sopra la fiamma, il suo naso rosso sembrava buffo come uno scherzo,e una sciarpa azzurra da legare con un altro giro intorno al collo "vorrei raccontarti perché sono così, come mai soffio sulle mani in questo modo per riscaldarmi o perché in questa città mi sento sempre, nonostante gli anni, un ospite di passaggio, ma dovrei raccontarti dove sono nato, cosa ho visto, odorato, sentito, ma, bambina mia, parlare del Sud a chi non è cresciuto tra le sue estati è come spiegare l'andatura naturale del tempo a chi ha sempre vissuto per altri corsi e forme. I raggi d'estate laggiù e la loro morsa e tu che ne conosci bene le dita e solo tu, nel Sud, che ovunque andrai porterai sempre quei lividi sul braccio."
- Perché me ne parli ora?
Così Luigi sorride -non ride- sorride, per metà.
Ed è di nuovo silenzio in una Torino che protegge e giocherella con solitudini segrete.
 

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