ALZA GLI OCCHI
Scritto da Omar Di Monopoli    Mercoledì 27 Luglio 2011 16:17    PDF Stampa E-mail
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Una coppia di uomini varca la soglia d'ingresso di una stanza d'albergo d'infima categoria: suppellettili impolverate sparse alla rinfusa, televisorino antidiluviano prominente al letto, una natura morta alla parete e un vago sentore di sconfitta a viziare l'aria.
Il primo uomo è allampanato, il volto decorato da un paio di baffetti sbarazzini, il fare insopportabilmente untuoso. Mostra la camera al suo accompagnatore lodandone con dovizia d'altri tempi il rigore, la pulizia e la tranquillità e porgendogli infine con un'ampia voluta della mano le chiavi e il telecomando della tv;
L'altro, quarant'anni, forse qualcosa in più, è vestito in maniera abbastanza anonima e ogni suo gesto trasuda tensione: accoglie i doni del suo anfitrione smorzando seccamente tutti quei salamelecchi: «va bene, va bene, non stia a preoccuparsi, starò qui giusto un giorno, forse due: il tempo di sistemare alcune faccende e poi farò ritorno a casa mia!».
Quando il gestore dell'hotel - un inatteso sorrisetto luciferino sulle labbra - si è defilato scivolando all'indietro, il cliente accarezza con uno sguardo assente l'arredamento scabro della camera, imbambolato, poi scrolla la testa per mettersi a sedere sul letto e passarsi la mano tra i capelli radi.
Sbuffa.
Il silenzio attutito della stanza sembra tramortirlo.
Un silenzio che di lì a poco lo squillo di un cellulare lacera senza pietà.
L'uomo reagisce al trillo con esagitazione e quando finalmente estrae l'apparecchio per pigiare il tasto di risposta, dall'altro capo giunge imperiosa una voce alterata:
«...Ma dov'è finito? È da due giorni che la cerco: non è un comportamento corretto, il suo! Crede che scappare l'aiuterà forse a risolvere le cose?»
Il cliente dell'albergo sembra prostrarsi, il telefonino gli sfugge di mano ripetutamente prima di riuscire a balbettare una qualche goffa giustificazione: «Mi spiace avvocato, davvero, sono costernato, è che il progetto cui stavo lavorando non è decollato e allora... »
La voce lo interrompe bruscamente.
«Non mi faccia perdere altro tempo e ascolti: se entro domani non paga il dovuto può dire addio al suo ristorante. Queste sono le regole e lei le conosceva perfettamente quando ha firmato. È la legge...»
Il clik sonoro della chiusura della comunicazione azzera la tensione rilasciando l'uomo in uno stato d'angoscia sempre più totalizzante, rigido sul letto, a guardarsi attorno disperato per poi, lentamente, abbandonarsi sul guanciale. Si tira il lenzuolo sulle spalle con un lamento e in breve sprofonda in un sonno simile alla morte.
Ore dopo la camera galleggia nella tenebra più fitta.
Un orologio al quarzo rosso lampeggia le tre di notte quando l'uomo spalanca gli occhi, svegliato da uno strano rumore: una serqua di tonfi ripetuti sulla sua testa, suoni attutiti, come di passi furtivi che si agitano da qualche parte lassù. Si china ad accendere la luce sul comodino rivolgendo gli occhi verso l'alto.
Nota qualcosa, in un angolo del soffitto, una specie di riquadro che prima non aveva notato, quasi a delimitare il perimetro d'una botola che solo il gioco d'ombre scaturito dall'illuminazione notturna permette di identificare. La serie di colpi ha ripreso intanto a propagarsi, poi però, d'incanto, il rumore cessa.
Incuriosito, l'uomo si leva dal materasso e si guarda attorno recuperando una sedia. Quindi, postala sotto il riquadro, vi s'inerpica cercando di raggiungere quella porzione di tetto mantenendosi in bilico sullo schienale.
A fatica, l'uomo riesce a forzare la botola e a spalancarla.
Uno spazio angusto e buio si profila nei meandri del soffitto.
Quando, intimorito e guardingo, l'uomo arriva a infilare una mano oltre il bordo del riquadro, la sorpresa lo travolge. Muovendosi a tentoni, sotto i palmi avverte qualcosa e senza la più pallida idea di cosa si tratti la spinge verso di sé: un considerevole mucchio di banconote gli cade addosso svolazzando ai piedi della sedia.
L'uomo è stupefatto.
Guarda verso il basso, incredulo, scende dalla sedia e si mette a intascare gli euro avidamente, gettando gli occhi alla porta, alla finestra, poi di nuovo in alto.
È un delirio. Un sogno. Un miracolo.
Stende il denaro in fila sul lettino, eccitato come un ragazzino. Sono Euro. Un bel po' di euro. Molti di più di quanti ne abbia visti negli ultimi anni. Scoppia a ridere senza controllo, la botola sopra di lui una bocca buia ancora spalancata.
Poi, mentre un torrente d'interrogativi lo assale a tradimento facendogli dubitare del proprio senno, l'uomo torna a scrutare verso l'alto per scoprire che la botola è adesso nuovamente chiusa, perfettamente sigillata. Un po' confuso, cerca di riguadagnare lo schienale della sedia, ma questa si spacca facendolo crollare di peso sul pavimento.
Dall'esterno giunge la voce del gestore: «Che succede lassù?»
L'uomo resta carponi, immobile, cercando di non far rumore.
Aspetta solo che il silenzio della notte torni ad ammantare la scena.
DISSOLVENZA IN NERO
STACCO.
Il giorno dopo l'uomo è sulla porta della stanza d'albergo, felice come una pasqua e con una sporta piena di roba in mano. Il gestore dai baffetti sbarazzini lo incalza dall'atrio col suo solito fare appiccicaticcio:
«Stanotte ha dormito poco, vero? Mi è sembrato di sentire dei rumori...»
L'uomo tronca la discussione con un sorriso forzato, assecondando l'altro e augurandosi solo che torni a brigare con la sua ramazza.
«Che fa? Lascia la stanza?», chiede ancora il gestore.
«Cosa? No, per ora no... glielo faccio sapere presto, stia tranquillo!»
Quando il gestore si ritira tra le mura della sua postazione a pianterreno, l'uomo varca la soglia della sua camera, deposita la spesa sul letto e poi torna fuori a prelevare una piccola scaletta che ha comprato in ferramenta. Il cellulare si mette di nuovo a suonare di prepotenza.
«Avvocato», strilla tutto gasato nel ricevitore, «...allora siamo a posto così, vero? Posso considerare quell'incombenza come una faccenda chiusa, vero?»
Dall'altro capo del telefono giungono rassicurazioni di circostanza, poi in pochi secondi la comunicazione è finita.
L'uomo intasca il telefono, agguanta un cracker dalla sporta della spesa e infine, masticando rumorosamente, si mette a guardare il tetto cogitabondo. Di lì a poco ha aperto la scaletta, l'ha posizionata in direzione del riquadro sul soffitto e vi ci è salito sopra comodamente.
Prova a picchiettare sulla botola come aveva fatto la notte precedente, prima con delicatezza, poi con sempre maggiore irruenza, sbraitando e smadonnando per l'inutilità di tutto quel lavorio.
Sfinito, ridiscende dalla scala e si aggrappa a una bottiglia di liquore prelevandola dalla sporta sul letto. Accende il televisorino con il telecomando e si mette a guardare senza interesse un western, lanciando di tanto in tanto occhiatacce cupe in direzione della botola.
DISSOLVENZA IN NERO.
RUMORI DI SPARI ALLA TV.
STACCO.
È di nuovo notte fonda quando i tonfi cadenzati tornano a destare l'uomo dal sonno. Stavolta accende la luce sul comodino con la prontezza d'un fondista, quasi si fosse aspettato quei rumori da un momento all'altro. Scalzo ma perfettamente sveglio, l'uomo abbandona il letto per scattare su per i pioli della scaletta e raggiungere l'altezza della botola. I rumori sono nuovamente cessati di botto, ma il riquadro sul soffitto adesso sembra più lasco.
Con uno spintone, l'uomo apre la botola sentendosi il cuore martellare nel petto. Stavolta arriva agevolmente a infilare anche la testa nel vano oscuro. Con trepidazione, scopre che ad attenderlo oltre l'orlo della botola vi sono numerose altre banconote, impilate come piccoli grattacieli del Monopoli.
A bocca aperta, intasca il denaro mantenendosi a malapena in equilibrio sul trespolo, poi, costretto dalla mole di banconote a scendere a depositarne un po', non appena rimette piede sul pavimento si accorge che, misteriosamente, la botola si è nuovamente richiusa, una cerniera ermetica sopra di lui.
DISSOLVENZA SULLO SGUARDO STRALUNATO DELL'UOMO, UNA MONTAGNA DI SOLDI TRA LE BRACCIA STRETTE AL PETTO.
C'è di nuovo un western, alla tv.
Il rumore degli spari dei cowboys frammisto agli ululati di guerra dei pellerossa inonda la stanza. La bottiglia di liquore è vuota, poggiata di traverso sul comodino. Il trillo del telefono squarcia il concerto catodico di «Bang! Bang!». L'uomo si aggrappa all'apparecchio parlando in maniera un po' strascicata:
«Avvocato carissimo, è lei! Ma certo. Sono disponibilissimo a quell'affare. Macché, può avere fiducia: ci penso io, non abbiamo bisogno di cercare nessuno, davvero, nessun altro socio. Penso a tutto io, ho la liquidità per farlo... Mi creda! Sono un uomo ricco, adesso, e se accetta di collaborare con me raddoppierà anche il suo conto in banca...»
Troncata la telefonata, l'uomo fissa il cellulare pensieroso e poi, facendosi coraggio, si mette a digitare un numero. Attende in linea qualche istante, in apprensione, poi biascica svelto nel ricevitore:
«Amore, sì, non riattaccare. Giuro, le cose stanno cambiando. No, è così, credimi: ho fatto i soldi. Molti soldi. Macché rubati e rubati, fidati di me e torneremo a essere felici, ti prego non lasciarmi...»
Qualche minuto più tardi l'uomo, un po' provato dalle ore passate in solitudine, al chiuso, a bere e farneticare, sistema ancora la scala sotto la botola e armato di una picozza reperita chissà dove si mette a colpire il soffitto con violenza, cercando di forzarne l'apertura con macchinale, rassegnata metodicità. La fatica risulta ancora una volta del tutto inutile mentre le urla del gestore tornano a redarguirlo dall'esterno:
«Allora? Vogliamo farla finita o devo chiamare la polizia?»
L'UOMO È COMPLETAMENTE MADIDO DI SUDORE. SBUFFA SFINITO.
DISSOLVENZA. STACCO.
Ore dopo l'uomo se ne sta steso lungoni nella penombra, sul letto, guardando come ipnotizzato il punto in cui s'intravede il perimetro della botola. Attorno a sé una cornice di banconote disseminate alla rinfusa. Il televisorino frigge puntolini bianchi e neri senza fare rumore salvo non un sottile fruscio elettrico.
Calando dal nulla la sequela di tonfi si ripropone in maniera disarmonica e ripetuta come nelle precedenti nottate. Stavolta sembra intessuta anche di alcuni inquietanti sussurri sovrannaturali. Ma l'uomo resta disteso sul letto, imperturbabile, smuovendo solo lievemente lo sguardo in direzione dei passi sulla sua testa come se fosse la cosa più normale del mondo.
All'improvviso la botola si spalanca con uno schianto, da sola.
Un fascio di luce denso di pulviscolo si proietta verso l'interno come se un piccolo astro fosse ubicato lassù sul soffitto. All'uomo pare di sentire addirittura un richiamo celestiale. Si solleva come in trance, dirigendosi senza alcuna fretta verso la scaletta illuminata dalla luce.
Sale gli scalini lentamente, ora la luce si è fatta viva, pulsante. Quando l'uomo ha infilato la testa nell'antro, uno schianto giunge a mozzare il richiamo angelico e l'uomo viene risucchiato violentemente nella botola.
Il fascio luminoso s'interrompe, un ruggito sommesso ingolfa la scena. La botola si chiude autonomamente di botto.
DISSOLVENZA IN NERO. STACCO.
Di nuovo il gestore che spalanca la porta della camera.
È mattina, gli uccelli intonano un crescendo radioso là fuori. Alle calcagna del gestore c'è un omino di mezz'età, vestito anonimamente. L'uomo coi baffetti sbarazzini gli mostra la camera mettendosi a lodarne con dovizia d'altri tempi il rigore, la pulizia e la tranquillità, poi gli porge le chiavi e il telecomando della tv; l'altro accoglie i doni del suo anfitrione smorzando seccamente tutti quei salamelecchi: «va bene, va bene, non stia a preoccuparsi, starò qui giusto un giorno, forse due: il tempo di sistemare alcune faccende e poi farò ritorno a casa mia!».
 

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Testata iscritta al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n. 844

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