NERO PETROLIO
Scritto da Elisabetta Liguori    Mercoledì 27 Luglio 2011 16:09    PDF Stampa E-mail
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Da quando mio padre si era ammalato, e forse anche un po' prima di allora, non avevo più ripensato al colore originario dei suoi capelli. Giorni fa mia madre ne aveva notato la foto formato tessera che tenevo nel portafogli. Te li ricordi, Caterina? aveva detto, ma io non ricordavo.
Mio padre, lo dicono quanti lo hanno conosciuto, era incanutito molto presto. In casa si parlava tanto di quel colore antico, come di una leggenda, di un'età perduta. L'era del nero petrolio, la chiamavamo, ma io non avevo alcun ricordo a riguardo. A cinque anni esatti dalla sua morte, l'unica cosa che riuscivo a ricordare era un mescolarsi da tavolozza: immagini in movimento che disperdendosi, lasciavano scie policrome. M'ero convinta così che fosse quello tutto ciò che resta delle persone che abbiamo amato. Niente a che vedere con l'anima, l'elettricità, o chissà cosa. Solo un riflesso luminosamente biondo, dinamicamente rosso, castano incerto o nero petrolio, appunto; qualcosa visto per un attimo o solo immaginato, qualcosa che non restava, destinato a sfumare altrove.

Alla festa erano tutti in abito scuro.
Io e mio fratello Alfio non eravamo stati avvertiti e il nostro abbigliamento risultò inadeguato sin dai primi passi sulla ghiaia, lungo la strada che portava alla villa. Il cancello d'ingresso era maestoso. Avevamo immaginato qualcosa di più discreto. M'ero detta: vorranno mantenere l'anonimato e non m'ero fatta problemi di forma, sforzandomi di apparire anonima anche io. Alfio m'aveva telefonato più volte nei giorni precedenti, chiedendomi con insistenza di cosa si trattasse, come avremmo dovuto comportarci una volta là, come funzionavano certe faccende. Ma come facevo a saperlo se era la prima volta anche per me? Prima della festa c'era stato solo quel biglietto d'invito. La morte non è il confine. Sul cartoncino che qualcuno doveva aver infilato nella mia buca delle lettere c'era scritto soltanto questo. Poi la data, l'ora e l'indirizzo esatti, senza nessun mittente. Al principio Alfio non voleva fidarsi. Se l'ambiente ci fosse parso strano o pericoloso, saremmo andati via subito, avevo dovuto giurare. Così avevamo preso la sua auto e Alfio aveva guidato in silenzio, fino a che si era fatto buio.

All'ingresso presero i nostri nomi.
Gli alberi intorno all'atrio non erano cipressi e sventolavano con inappropriata allegrezza.
Oltre il portone il buio regrediva e l'aria sembrava composta da una stoffa inspiegabilmente più chiara. Quella luce sfinita, la cura dei roseti ai due lati della struttura centrale facevano pensare ad un centro di accoglienza per malati di mente. Uno di quelli pieni di visioni, costosi ritrovi per rimorsi dalle tasche piene. Niente che annunciasse la morte, ad ogni modo, anzi al contrario, una certa caparbia forma di sopravvivenza.
Il tizio all'ingresso annotò di noi su di un grosso registro.
Ci chiese chi dovessimo incontrare. Nessuno in particolare, rispondemmo in coro Alfio ed io, così il tizio annotò che eravamo presenti non per visite, ma per Confidenza. La Confidenza di chi? chiedemmo, ma il portiere gentile si limitò a sorridere indicandoci la strada.
Il corridoio era lungo. Ad ogni passo prendeva nuovo colore, grazie alla consistenza lieve delle tende alle finestre, i candelieri accesi sui mobili laterali e le applique di cristallo. Dal portone d'accesso alla villa fino ad un arco opposto al corridoio centrale saranno stati duecento metri, forse di più. Il percorso era odoroso d'erba appena recisa.
Accanto a noi sfilavano individui di tutte le età.
Bambini ridenti, donne procaci, vecchi pensierosi. Alcuni si muovevano nella nostra stessa direzione, altri tornavano indietro, verso l'uscita, in un brusio frusciante.

Giungemmo alla parte opposta.
Rovesciati d'improvviso all'aperto, in un grande giardino, piedi sull'erba, smettemmo di camminare per guardarci attorno. Lo spazio era vasto e scintillante. Pullulava di tavolini rotondi in ferro smaltato. Camerieri piccoli come nani in livrea servivano bevande colorate. La gente era raccolta in piccoli gruppi. Chi sono? chiese Alfio irrigidito dallo stupore. Non sembravano morti, ma neppure vivi, o per lo meno non come si è soliti immaginare i vivi durante i giorni della loro vita. Erano fissi e dinamici nello stesso momento. Erano tanti e luminosi e cangianti come uccelli piumati dentro una voliera.
Rotolò verso di noi un donna piccola e tonda.
Piegò il collo cercando i nostri occhi persi nel cromatismo acceso del giardino. Chiese attenzione e con un risolino discreto ci indicò un varco tra la gente. Solo allora ci inoltrammo tra i tavoli. Cercavamo qualcuno, è vero, ma senza desiderarlo del tutto. Alfio ruotava le spalle ora a destra ora a sinistra. Si grattava il lobo dell'orecchio come era solito fare da bambino prima di addormentarsi. Ascoltavamo, guardavamo, aspettavamo. La gente rideva tra gli alberi. Più cresceva lo spazio intorno a noi, e la luce slargava come vernice fuori da un secchio, più cresceva il nostro senso di ilare stupore.
Procedemmo passando sotto ad un primo ponte di marmo bianco.
Scorremmo come acqua sotto gli archi. Più sul fondo, lungo un percorso che sembrava svilupparsi in lunghezza, si intravedevano enormi platani verdi. Là le risate della gente sembravano ancor più sonore ed anche i tavoli si moltiplicavano. S'allargavano per circonferenza, accogliendo gruppi più numerosi e sonanti. Gli alberi ombreggiavano intere comunità, generazioni su generazioni, volti simili, quasi fosse in corso una festività famigliare: le nozze d'oro dei nonni, i cento anni della matrona.

Ci passò accanto anche una coppia di ragazzini.
Che giovani! pensai senza provare alcun dolore. Lei era minuta e scalza. Lui coi lunghi capelli rossi, fiamme sottili sulle spalle curve e il viso pieno di anellini. Chi sarà stato tra i due quello vivo, e quale il morto? Venne naturale seguirli. Passeggiavano agganciati: la ragazza si fingeva sospesa su un filo, metteva un piede dietro l'altro, sulle punte come un'equilibrista, e teneva le braccia aperte e larghe. Il rosso le reggeva i fianchi. Contammo i loro baci, sforzandoci di capire in cosa fossero diversi dai baci del mondo di tutti. Guardona! continuava a sussurrarmi Alfio nell'orecchio. Qualunque fosse la differenza tra il dolore e l'allegria nell'universo, io non la conoscevo di certo, ed era per quella ragione che continuavo a guardare.
Infine lo trovai. Per primi i suoi capelli, neri, tangibili, e poi la cornice tutt'attorno.
Alfio sussultò e mi tirò per la manica della camicia. E no! esclamò a bocca larga. Questa cosa è chiaro che puzza. Non può essere lui. E metti che siamo stati drogati? Che ne so, metti che ciò che vediamo non è reale, magari non proprio un sogno, ma di certo un inganno?
Alfio era sempre stato un ragazzo privo di umorismo, ma ricco di fantasia.
Drogati da chi, poi? Quando e dove? Dei due, Alfio era il più grande, la barriera scettica, mentre io ero la femmina, quella che conteneva, che apriva alle possibilità, quella che le trasformava in certezze.
- Ma se non è nostro padre, chi è, allora?
- Hai presente un ologramma? Ecco, è effetto di una qualche sostanza nell'aria.
L'aria, sì, forse fu l'aria.
Sentivo un vago ristagno, anche io.
Quel fiato denso mi ricordava i Jardin del Turia di Valencia, quando comincia a far caldo sotto il Ponte del Mar: un sito alieno, anche quello a pensarci, ricavato sfruttando il lungo corso segnato da un fiume nemico che la città aveva dovuto deviare per sopravvivere e nel quale i cittadini avevano voluto investire una grossa quantità di sogni e denaro. In effetti era tutto proprio come in quella ultima vacanza fatta tutti insieme anni fa, il giardino e il resto, prima che la malattia di mio padre prendesse il sopravvento. Quando il mondo era ancora tutto da fabbricare.
Nostro padre era seduto su una panchina, nascosto in parte dai giochi di alcune fontane poste in linea orizzontale lungo in nostro cammino. E non era solo.
Un uomo calvo chiacchierava amabilmente con lui.
- È Pietro Taranta - urlò mio fratello, puntando il dito.
Mio padre aveva sempre disprezzato Pietro Taranta, il nostro amministratore. Si rifiutava di prendere parte alle riunioni di condominio pur di non incontrarlo.
Caterina, lo vedi o no, che non può essere lui, lo vedi che qui ci stanno prendendo in giro?
Rimasi ad osservarli immobile, come si fa con gli uccelli posati in terra.
Le due figure comparivano e scomparivano dietro lo schermo delle fontane.
Poi, quando, dopo tanto indugiare, Alfio ed io ci avvicinammo, mio padre non parve per nulla sorpreso. Solo felice, di una felicità piana e verde. Solido come il ponte di pietra sulle nostre teste. Vi aspettavo, disse, e chiese come stavamo. Non rispondemmo, non avremmo saputo cosa del resto. Sentivamo soltanto l'urgente bisogno che fosse lui a parlare. Di noi, di se stesso, di quella festa in giardino.
- Parla forte, papà! - s'arrischiò con il tono di un supplica Alfio e indicò l'acqua che scrosciava.
Sedemmo in punta alle due sedie lasciate libere per noi e quello che sembrava mio padre ci spiegò che ogni primo giovedì del mese era possibile presentarsi per la prima Confidenza.
- Siete nel posto giusto.
Quella che chiamavano Confidenza era dunque una specie di rivelazione, di debutto sociale.
Al giovedì quelli che erano dentro il giardino spiegavano a coloro che ne erano fuori come far funzionare le cose dopo il trapasso. Tutto qui. Seguivano poi gli appuntamenti periodici per tenersi in contatto, per trovare conferme, qualora ve ne fosse il desiderio.
Si parlò dei tempi dell'arrivo, dell'ambientarsi a fatica, del trovare posto al tavolo, delle prime scoperte. Quali scoperte? chiedemmo come avessimo avuto ancora cinque anni o giù di lì. Taranta sorrideva benevolo: anche lui aspettava i suoi per la prima Confidenza e per farsi notare continuava ad agitare le mani, smuovendo l'aria.
- Innanzi tutto c'è da accettare l'idea che qui, nel giardino, non c'è più nulla da fare; tutto è già accaduto.
Chiarì nostro padre e poi continuò a raccontare. Noi ascoltammo a lungo, concentrati, ma fu come masticare una ciliegia senza poterla ingoiare.
Il colore di mio padre era quello delle origini, quello che credevo di non ricordare, ed era fisso. Anche l'odore era antico e saldo, d'acqua saponata, di scale lavate da poco con il detersivo. O era il suo o era quello di Taranta, dacché il giardino alberato era ingombro di odori diversi.
Il luogo era diviso in settori: aromi di cucina francese, d'oggetti di cancelleria o di corsia d'ospedale, oppure di frutta fresca o di letti d'albergo non rifatti. Odori netti che davano l'idea di una varietà organizzata quanto quella di un elenco telefonico.
A sentir mio padre quando tutto era già stato fatto, quello era il momento giusto per tornare alle proprie origini e fare ordine. Restammo a farci confidenze sul quando e sul come non so per quanto tempo. Platani e palme tremavano su di noi, dentro un sole tiepido e immutabile.
Fu a quel punto che avrei dovuto chiedergli scusa.
Approfittare dell'occasione tanto insperata per farlo con cura.
Rievocare ogni singolo episodio, il dissenso, le idee astratte, i debiti. Chiunque al mio posto avrebbero usato il giardino per scagionarsi, ne ero certa. Più volte mi schiarii la voce credendo di essere pronta. Ma nulla: nessuna parola su di me per lui.
- Non preoccuparti, non ce ne è bisogno.
Mi venne incontro, passandosi le mani sullo smalto dei capelli.
- Non più, non qui.
Era chiaro che qui era diverso. Lo capivo persino io. Ma diverso come?
Mio padre non rispose subito: poggiò entrambe le mani sulle ginocchia per pensare meglio e i capelli gli scivolarono sul viso. Anche Taranta si raccolse in sé, chiudendo gli occhi, e per qualche secondo smise di sventolare le mani. La differenza, si, ripeteva Alfio, vogliamo conoscere la differenza! Sembrava volesse sfidare nostro padre e quella sua irreale amicizia con Taranta Vetrill, arrivata un po' troppo in ritardo.
Alla fine papà trovò la risposta.
- La differenza sta nella proprietà del giardino!
E ridendo toccò il ferro del tavolo, che ci teneva riuniti.
Quello era il suo giardino, quindi. Un fatto certo, definitivo, quasi un istituto giuridico mortuario.
Che strano, pensai, e per la prima volta la proprietà mi parve cosa buona.
Non privava qualcuno di qualcosa dandola ad altri, ma arricchiva tutto di senso e possibilità. Pensai che se le cose stavano davvero così, allora voleva dire che solo la morte poteva rendere ciascuno padrone della propria vita. Pensai che la cosa suonasse sorprendentemente ridicola, ma possibile. Lo pensai, mi guardai attorno, ma non dissi nulla a nessuno. Neppure ad Alfio, dopo, mentre guidava verso casa. Non dissi nulla forse perché mi sentivo ancora un po' troppo viva.

 

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Testata iscritta al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n. 844

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