Summer of Love
Scritto da Giancarlo Susanna    Lunedì 07 Luglio 2008 00:00    PDF Stampa E-mail
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Jimi HendrixQuella dei grandi festival rock è diventata una realtà consolidata e frequente. Pensate ad appuntamenti come Reading o Glastonbury in Gran Bretagna. Perfino l’Italia, buon ultima ruota del carro ma comunque capace di sorprendere i cugini europei, ha dato un suo contributo agli appuntamenti dei raduni con Arezzo Wave. Per individuare la scintilla dello “stare insieme in tanti ad ascoltare musica” bisogna fare un bel passo indietro. Vi sarà capitato di vedere qualche immagine della famigerata performance di Bob Dylan al Newport Folk Festival del 1965. Una parte del pubblico, più esigua di quanto poi fu detto e scritto, protestò per il volume troppo alto degli strumenti elettrici. L’amplificazione era più o meno quella che un gruppo di oggi utilizza in un garage, ma le orecchie del pubblico di Newport non erano abituate al “frastuono” provocato da Dylan. Una frattura, quella provocata dal nervoso e magrissimo Bob. Possiamo tuttavia affermare che all’origine dei Rock Festival ci sono proprio manifestazioni come quelle che a Newport venivano dedicate al jazz, al blues e al folk. Il modello era quello. Bastano le immagini del film Monterey Pop di D. A. Pennebaker a creare un ideale ponte fra Newport e la tranquilla cittadina californiana: ricordate le sedie bianche messe in fila davanti al palco? O il flash di Brian Jones che cammina su un prato come un giovane principe rinascimentale? In quale altro luogo e in quale altro momento storico una rock star di quel calibro sarebbe potuta passare inosservata? Amplificate dal film, le esibizioni degli artisti del Festival di Monterey, diedero ad alcuni gruppi la statura di un vero e proprio fenomeno. Gli Who distrussero letteralmente chitarre e batteria (God bless you, Keith Moon!!!) portando alla disperazione i tecnici di palco; Jimi Hendrix diede alle fiamme la sua chitarra ancora attaccata all’amplificatore; Janis Joplin si abbattè sui presenti come un devastante uragano… e non da meno furono Eric Burdon con gli Animals, i Jefferson Airplane e Otis Redding, senza dimenticare Ravi Shankar e i Mamas and Papas, il cui leader, John Phillips, era stato uno degli ideatori e promotori della leggendaria tre giorni. Era il 1967 e appena un paio d’anni dopo si sarebbe celebrato a Woodstock, dall’altra parte degli Stati Uniti “il Festival dei festival”. Per gli europei fu ovviamente più accessibile Wight – l’Inghilterra era dagli anni dei Beatles una meta indispensabile per un giovane “alternativo” - ma in linea di massima gli italiani presenti a questi “eventi” erano pochissimi. Tutto quello che potevamo fare – poco più che adolescenti e provinciali – era celebrare nel buio di una sala cinematografica il rito di una Woodstock mitica (grazie al regista Michael Wadleigh). Con Santana, Jimi Hendrix, John Sebastian, Arlo Guthrie, Joan Baez… Ci avremmo messo decenni per recuperare, ma lo stacco tra quella cultura – il rock nei paesi anglosassoni è considerato tale da almeno 40 anni, grazie a giornalisti/critici  “illuminati” come Ralph J. Gleason – e la nostra è perfino più grande di allora, una specie di incolmabile abisso. Del resto l’Utopia di “pace, amore e musica” durò l’espace d’un matin: già con Altamont – con un omicidio sotto il palco documentato nel film Gimme Shelter – il sogno aveva rivelato il suo lato più oscuro. Con tanti anni e la fatica di qualche festival sulle spalle – su tutti il Wembley Stadium del 1974 con Jesse Colin Young, Joni Mitchell, The Band e Crosby, Stills, Nash & Young –  o un Reading 1978 – con Squeeze, Albion Band, Foreigner (!), Tom Robinson Band e Patti Smith - abbiamo conquistato un po’ di sano e salutare realismo. Ovvero quel tanto di filosofico distacco dal desiderio di confondersi nel caos colorato e rumoroso di un evento di quel tipo. O ancora quella stanchezza e gli acciacchi che inevitabilmente accompagnano il passare del tempo. La storia del rock passa certamente per i megafestival, ma nasce ancora e soprattutto nei piccoli club e nei teatri tra il Nord America, la Gran Bretagna e l’Irlanda. E non c’è musica che rappresenti meglio del rock il legame indissolubile fra vita e arte. Come questo articolo, sospeso tra memoria storica e sparsi ricordi personali, voleva modestamente ricordare.

 

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