THE DAY THE MUSIC DIED
Scritto da Marco Chiffi    Venerdì 28 Gennaio 2011 09:41    PDF Stampa E-mail
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Il 3 febbraio è l'anniversario della morte di Buddy Holly e Ritchie Valens, due stelle del firmamento del rock cadute troppo presto. Riproniamo oggi un articolo di qualche anno fa del nostro collaboratore Marco Chiffi. Ad memoriam

 

In Iowa ci sono campi coltivati a perdita d’occhio. Niente colline, niente montagne, solo una distesa immensa di terra e cielo. E quel cielo, di notte, è così pieno che pare dipinto. Perché non ci sono le luci delle città a disturbare la visione, in campagna ci sono le stelle. E c’è il silenzio vero. Clear lake è un posto tranquillo. Nel 1959 la gente lavora sodo tutta la settimana e si diverte nelle serate del venerdì. Il “Surf Ballroom” è uno di quei locali dove organizzano concerti e il 2 febbraio proprio da lì passa “The winter dance party”, è un tour che porta grandi nomi del rock&roll in giro per il Paese. In partenza il programma prevedeva 24 città in 3 settimane ma il problema era riuscire a trasferire tutti gli artisti velocemente da un posto all’altro, tenendo conto del fatto che le tappe erano distanti parecchie miglia una dall’altra e in ordine sparso.

***

Nella sala principale del “Surf Ballroom” c’è tanta gente che aspetta, qualcuno fuma, qualcun altro chiacchiera. Sono tutti parecchio nervosi. Il tour bus sul quale viaggiavano gli artisti ha avuto problemi al riscaldamento dall’inizio del tour e lì, nonostante sia febbraio, il freddo è forte e la neve è ancora ammassata sulle strade. Da poco si è saputo che Carl Brunch, un batterista che si sarebbe dovuto esibire quella sera, è stato ricoverato in ospedale perché gli si erano congelati i piedi. E oltretutto la data al “Surf Ballroom” è stata aggiunta all’ultimo momento dai manager per riempire il calendario. In breve, l’umore generale è nero e gli organizzatori sono rinchiusi in un ufficio per scappare dalle proteste generali. Quella sera al “Surf Ballroom” di Clear Lake si esibiscono Buddy Holly, Ritchie Valens, The Big Bopper e  Dion & The Belmonts. Sono loro le star del tour. Buddy Holly è l’ultimo ad arrivare al locale. E’ un po’ nervoso anche lui, non solo perché il tour si sta rivelando lungo e male organizzato ma anche perché poco prima è andato ad una lavanderia a gettoni per lavare della biancheria e l’aveva trovata chiusa.

Stufo del tour bus decide con altri membri della sua band di noleggiare un piccolo aereo che li avrebbe portati, subito dopo il concerto, nei pressi della prossima data in Minnesota.

Buddy Holly ha 23 anni. Lo riconosceresti per strada da quei grossi occhiali neri di osso che gli coprono la faccia. Nel 1957 fa il botto con la canzone “Peggy Sue” tanto che è al pari di Elvis nello smuovere il pubblico. Da un paio di anni Holly, supportato dai The Crickets, fa saldamente parte della scena musicale americana.

Riguardo Ritchie Valens, è poco più di un ragazzino, non ha ancora 18 anni compiuti, ma si è già fatto le ossa in mezzo continente. Parla già da musicista consumato dal lavoro. Dopo il concerto, mentre sono tutti impegnati a sistemare gli strumenti, Valens si avvicina a Tommy Allsup, un musicista di Holly che avrebbe dovuto prendere l’aereo con lui. “Mi lasceresti il tuo posto sull’aereo? sai, non ho mai volato su un piccolo aereo…” chiede Valens. “Perché non ce lo giochiamo lanciando una moneta?” risponde Allsup. Chiede la moneta ad un deejay del locale. Il posto sull’aereo è di Valens.

Nel frattempo Dion DiMiucci dei Dion & The Belmonts pensa anche lui di noleggiare un piccolo aereo come Holly, ma quei trentasei dollari per il biglietto sembrano davvero tanti, è la cifra che i suoi genitori pagavano per l’affitto ogni mese. Poco prima di lasciare il “Surf Ballroom” però c’è il tempo per un altro avvicendamento di passeggeri. J.P. “The Big Bopper” Richardson chiede a Waylon Jennings, musicista di Holly e terzo passeggero, di cedergli il posto. Richardson ha l’influenza (secondo alcuni proprio a causa dei disastrosi viaggi in autobus) e vorrebbe evitare anche solo di vedere nuovamente il tour bus. Inoltre c’è anche un medico con Richardson che convince gentilmente Jennings a cedergli il suo posto. Detto fatto.

Richardson è il più “anziano” dei passeggeri dell’aereo. Ha 29 anni, una moglie e una figlia. Il soprannome “The Big Bopper” se lo diede mentre faceva il deejay in Texas. Nel ’57 rimase in onda per sei giorni di fila mettendo qualcosa come 1.821 dischi, stabilendo ovviamente un record mondiale.

Quando Holly venne a sapere del cambio di passeggeri si infuriò col suo chitarrista dicendogli “Bene, spero che quel vecchio autobus si congeli!”. E Jennings rispose “Bene, ed io spero che il tuo aereo si schianti!”. Quel litigio e quelle parole lo seguirono per tutta la vita.

***

Il Mason City Municipal Airport è spoglio ed essenziale. C’è un grande hangar di metallo e poi solo terra e neve. E’ buio pesto questa notte. La luna non si vede, il cielo è coperto dalle nuvole e cade qualche fiocco di neve. Non sembra un’ottima serata per volare.

Quando Holly e gli altri arrivano all’aeroporto incontrano il loro pilota. Si chiama Roger Peterson, un ventunenne che non ha alle spalle molte ore di volo ma a quanto pare abbastanza per far decollare un Beechcraft Bonanza, un piccolo aereo civile che conta tre posti più il pilota appunto.

Mentre i passeggeri caricano i pochi bagagli e prendono posto sull’aereo, Peterson sorride emozionato, quasi non ci crede che accompagnerà tre star della musica con il suo aereo. E’ una di quelle situazioni che il giorno dopo racconti agli amici del bar.

Nella torre di controllo dell’aeroporto c’è Jerry Dwyer, proprietario della Dwyer Flying Service e dell’aereo, che aspetta Peterson. Prima di decollare infatti il pilota deve consegnare alla torre di controllo il suo piano di volo.

Mentre Dwyer sistema la documentazione necessaria sulla scrivaniam bussano alla porta. E’ Albert Juhl, proprietario del “Surf Ballroom” che aveva accompagnato gli artisti in aeroporto. Dice che sono pronti a partire. Quando Dwyer si avvcina alla finestra l’aereo è pronto in pista per il decollo.

Ed il piano di volo? Non importa, pensa Dwyer, può essere comunicato via radio durante il volo.

All’una del mattino del 3 febbraio, l’aereo prende quota e decolla.

Dwyer osserva la scena. Fuori è completamente buio e continua a nevicare. Nel cielo però riesce a distinguere le luci rosse sulle ali dell’aereo. Le segue con gli occhi finché non le vede abbassarsi, ma non ci fa caso perché potrebbe essere un effetto ottico dell’orizzonte.

Poco dopo Dwyer cerca di mettersi in contatto con l’aereo ma senza riuscirci.

Mentre aspetta accende la radio della scrivania e inizia ad ascoltare la radio locale. “Stupido Peterson, appena torna gli faccio una bella strigliata!”.

Alle tre e mezza del mattino arriva una chiamata dall’aeroporto di Fargo che aspettava l’aereo. Non c’è stato nessuno che ha tentato di mettersi in contatto con loro, né tantomeno nessun aereo era mai arrivato. Dwyer chiama subito la polizia e denuncia la scomparsa dell’aereo.

Alle nove e quindici, appena la luce lo consente, Dwyer decide di decollare con un altro piccolo aereo seguendo la stessa direzione dell’aereo scomparso. Si teme il peggio.

Passano pochi minuti e via radio arriva la conferma.

Il riconoscimento dei corpi lo farà Albert Juhl, proprietario del “Surf Ballroom” di Clear Lake.

***

Bastarono 13 km, pochi minuti di volo, al piccolo Bonanza per perdere quota. Iniziò a inclinarsi verso destra sull’ala finché non cadde al suolo ad una velocità di 270 km/h. Continuò a scivolare sul terreno ghiacciato per 150 metri fino a quando una rete di recinzione non terminò la sua corsa.

Buddy Holly, Ritchie Valens, J.P. “The Big Bopper” Richardson e il pilota Roger Peterson morirono all’istante. I corpi dei primi due vennero trovati vicino all’aereo; Richardson addirittura in un campo di grano non molto distante dall’incidente; mentre il pilota rimase incastrato nel velivolo.

Negli ultimi anni si moltiplicarono delle voci riguardo ad una pistola (forse di Holly) ritrovata accanto all’aereo, ritenendo che il pilota fosse stato assassinato durante il volo. Nel maggio dello scorso anno venne fatto anche riesumare il corpo di Richardson dal figlio che credeva che il padre fosse sopravvissuto all’incidente e avesse tentato di chiamare aiuto. Gli esiti delle analisi rivelarono la falsità di tutte le affermazioni.

Nel 1971 Don McLean scrisse “American Pie”, una canzone-tributo a questo avvenimento (che Madonna riprese anche qualche anno fa), e coniò la frase “The day the music died”. Fu davvero il giorno in cui la musica morì, o quantomeno una parte consistente di essa.

Per come andarono le cose sembrò proprio un disegno del destino. Tre dei più promettenti artisti del rock&roll morti nello stesso incidente aereo. Nella memoria storica italiana ricorda quasi Superga e il Grande Torino. Tutti insieme, nello stesso momento.

In casi come questi ci si continua a chiedere cosa ancora avrebbero potuto dare al mondo persone che erano vicine all’apice della loro carriera. Non lo sapremo mai.

Sappiamo solo che la musica poi risorse dalle ceneri di quei giorni, e il rock esplose.

Che tra quelle ceneri tre uomini rimasero sdraiati in eterno a fissare le stelle.

Marco Chiffi

 

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