Salento, Gargano, Lambrusco e On The Road
Scritto da Stefano Lopetrone    Mercoledì 14 Gennaio 2009 00:00    PDF Stampa E-mail
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La Notte della Taranta e Vinicio Capossela, due strade che prima o poi dovevano incrociarsi. Così nel 2008 quella del Ballo di San Vito si è tramutata forse nell’esibizione più apprezzata dai centomila del Piazzale degli Agostiniani di Melpignano. Capossela da queste parti è di casa, la baia di San Gregorio ha visto numerosi concerti a sorpresa del cantautore che adora anche il Gargano e il suo cantore Matteo Salvatore. Dopo l’avventura di Melpignano, Capossela è tornato a Lecce in dicembre, nel Politeama Greco Lecce che lo ha stregato almeno quanto il mare salentino, per presentare il suo nuovo cd Da solo, uscito anche in vinile.

Come si spiega questa scelta antistorica di tornare allo scricchiolio della puntina?

Per la prima volta da quando il vinile è scomparso, la nostra casa di produzione, “La Cupa” che ha realizzato anche lo spettacolo “Solo show”, ha deciso di uscire anche con un doppio vinile da 180 grammi. È una cosa bella perché penso che soprattutto adesso, con la dematerializzazione della musica, il ritorno al supporto del disco possa lasciare la stessa musica in termini di opera. Le case discografiche credono talmente poco in questo progetto che la Warner ci ha lasciato la licenza di farlo per conto nostro. E lo abbiamo fatto, proprio per questo motivo materico, potrei dire quasi lapidario. Per quanto riguarda i suoni invece il lavoro che c’è dietro a <Da Solo> è molto incentrato sul suono, sulle distanze. Più in generale è un disco che tratta le distanze, anche nei rapporti tra persone: distanze fisiche oltre che relazionali. Ci siamo affidati a qualche specialista come Jd Foster, che ha curato il missaggio, e ad Alessandro Stefana. Penso che oltre alla poesia testuale, ci sia anche la poesia del suono. Per questo ho prestato attenzione alle fonti sonore, che abbiamo cercato di trasporre anche nello spettacolo. Per esempio nel concerto uso due pianoforti: uno francese, vecchio come questo teatro, che ha un suono rotondo, antico come quello che hanno solo i vecchi pianoforti. Nella parte finale dello spettacolo uso invece un piano verticale che consente un rapporto diretto col pubblico ed ha il suono evocativo del piano da saloon. Oltre a tutto questo c’è un intero parco di strumenti che appartengono all’immaginario americano all’epoca delle tempeste di sabbia e della Grande Depressione. Forse è un caso che ci troviamo in un periodo storico analogo, con dei rivolgimenti che vedono l’America di nuovo alla ribalta, con momenti di entusiasmo e di crisi. Lo stesso disco ha una parte di ballate legate alla vecchia America.

Un disco che rimanda a tante metafore. Le va di raccontarcene una?
Più che metafore, credo di parlare di cose sostanziali. Il pezzo che metaforicamente racchiude tutto è “La Faccia della Terra”, ispirato ad un libro di racconti di Sherwood Anderson, che si intitola “Racconti dell’Ohio”. È una sorta di “Spoon River” dei vivi. Parla di una piccola comunità in cui ognuno ha dei nomi biblici e viene definito dal mestiere che fa. Tutti questi personaggi si muovono, brancolano cercando l’altro: è un libro di grandi solitudini ambientato in un piccolo paese, nel quale è molto chiaro come uomini e donne continuino a cercarsi sulla faccia della terra e lasciarsi anche storpi e sordi. Spesso l’amore e la passione non sono un completamento,
ma addirittura uno smembramento.

Il disco sembra descrivere la stagione dell’inverno. In realtà l’inverno potrebbe essere un modo per guardare ai rapporti con un senso rivoluzionario? La fragilità come punto di forza delle relazioni?

In questo penso che non ci sia alcuna rivoluzione. Credo che le relazioni siano la custodia delle fragilità. L’inverno mi è sempre piaciuto perché è la stagione del racconto. E le fiabe hanno sempre qualcosa di invernale, oltre che piene di cose non sempre rassicuranti: mostri, fantasmi. Una volta qualcuno ha detto che chi è solo se ne accorge a Natale: è proprio così. L’inverno è la stagione delle solitudini che necessitano di un maglione. In questo senso “Da Solo” è invernale, esattamente. Invece l’estate è fatta di più per le serenate, per le canzoni all’aperto. Matteo Salvatore, per citare un grande conterraneo, ha fatto un disco meraviglioso, “Le Quattro stagioni di Matteo Salvatore”, stagioni del mondo contadino, segnate da quello che avveniva. C’è una canzone, “Il forestiero”, in cui si racconta che il forestiero non conosce nessuno, ma almeno è abbandonato all’aria, alle stelle. È un’altra solitudine quella dell’estate, che ci mette in relazione col cielo. Quella cantata in questo disco è una solitudine invernale, fatta più di intimità. Mentre invece quando farò il prossimo disco, “Le Canzoni della Cupa”, affronterò una solitudine con pezzi fatti sotto al cielo.

Ne Il paradiso dei calzini, traccia un’analisi interessante del percorso umano. C’è qualcosa di autobiografico?

È completamente autobiografico. I calzini sono quelle creature che per essere funzionali devono stare in coppia: i guanti, le calze, le scarpe. Mentre però per guanti e scarpe è difficile perdere una delle due parti, i calzini sono i più soggetti a perdere il proprio compagno. Sono quelli metaforicamente più vicini a me. Riguarda molto la vita domestica, questa faccenda: molti calzini si smarriscono in casa. Penso che ognuno può interpretare la canzone a suo modo.

In Parli Piano descrive l’amore nella sua accezione più totale. Ma è un bene ammalarsi per amore?

Il pezzo “Parla Piano” è un pezzo sul brancolare nel buio che è nelle relazioni soprattutto nella loro fase di pura attrazione, quando si sa quello a cui si sta cedendo: non riguarda relazioni consolidate, ma tutti i chiaroscuri che ci sono nell’inizio. Se sia un bene ammalarsi d’amore? È un brano dedicato ai sintomi dell’ammalarsi. Un brano medico, che non offre alcuna cura.

È la sua prima volta al Politeama Greco di Lecce.

Questo teatro è perfetto per questo concerto. Sono davvero contento: per la prima volta dopo 18 anni, alla maturità della mia carriera, finalmente posso esibirmi in questo teatro e con lo spettacolo più idoneo. Ci vedo proprio una sala liberty e, sarà forse per l’influenza di Tito Schipa, questa sala potrebbe essere a Cincinnati se non fosse a Lecce. Molto meglio che sia a Lecce, perché con questa città ho dei rapporti personali molto consolidati, che attengono alla mia vita privata. Confidenze queste che valgono doppio.

La gabbia dello spettacolo rimanda al rapporto soffocante col pubblico?

La gabbia è un bel simbolo per affrontare un certo repertorio in chiave ironica. Penso che la gabbia sia uno straordinario oggetto di scena, che è opera di un artista, un inventore che ho trattato in diversi capitoli di “Non si muore tutte le mattine” che si fa chiamare Negro Dum-dum, molto selvatico, lavora col ferro che ha prodotto una torre dell’acquedotto in contrada Chiavicone vicino al torrente Enza. Ha concepito questa gabbia: è un appassionato della foresta e per lui è una gabbia da King-kong. È una gabbia solidissima, una vera gabbia da zoo. Ad un certo momento si illumina diventando una specie di gabbia dorata. E la simbologia aumenta. Come attrezzo scenico è veramente eccezionale. Intanto è straordinario farsela montare dal nulla, perché viene introdotta in scena portata addosso mentre si suona un pezzo di Vladimir Vitsosky, che si chiama Gymnastika, contenuto in “Rebetikos Gymnastas” registrato in Grecia. Non è ancora uscito perché aspettavo di inserirvi un pezzo in grico salentino, per renderlo più completo, anche se questo non so se sarò mai in grado di farlo. È pur vero che alcuni brani a volte sei obbligato a farli: un brano come “Che cos’è l’amor” senza gabbia non lo avrei fatto, ma con la gabbia si può fare. La gabbia fa parte di un sistema di attrazioni, tutto questo spettacolo scenograficamente è ispirato, come anche la grafica dell’album, al side-show: un baraccone più che un circo. Il circo è materia di virtuosi, di acrobati, di pagliacci, di artisti; il side show era riservato soltanto alle cose da mostrare, ai fenomeni da mostrare, come la donna barbuta, alla mucca a due teste. Queste cose da mostrare, da cui il termine “mostro”. Abbiamo le side-show banners che sono dei disegni che illustrano l’attrazione che abbiamo. E la gabbia è lo strumento teatrale più idoneo a “mostrare” le creature, che sono per loro natura mezze e mezze: che non sono né una cosa né l’altra. Lo show è diviso in due atti: quello riservato al disco, la seconda parte è riservata alle attrazioni. Tra le sbarre finiscono figure di “Ovunque Proteggi”, che in questa chiave fanno la parte dell’ospite speciale in questo tour: la Medusa nerviosa, il Minotauro, l’Uomo Vivo. Ci sarà anche l’human pignatta, uno straordinario numero di Cristopher Wonder, un mago della scena burlesque che si ispira a Houdini. Tra noi c’è una storia racchiusa nella canzona “Il gigante e il mago”. Eco spiegate le tante sfaccettature della gabbia. Poi per chi si trova in una situazione consolidata, la gabbia dorata è una metafora di tante cose.

A 43 anni riesce a stare fermo in qualche posto o ha ancora Il Ballo di San Vito?

Il ballo di San Vito è attualmente convogliato in una pietra che rotola, ma è fatto di tante sfaccettature. Per la prima volta ho reso mobile anche il pianoforte, che per sua natura dovrebbe avere una sua domesticità. Se non riuscivo a stare fermo in una casa, ho cercato di rendere la casa in movimento in modo da poterla abitare in tutti gli spostamenti del caso. Posso dire davvero di abitare questo spettacolo, così come anche le canzoni.

C’è una canzone ha scritto in questi 18 anni che la rappresenta meglio?

No, non ce n’è una. E poi citarne una sarebbe fare torto alle altre. Le canzoni stesse mi direbbero: “Ma come citi lei e non citi me?”. Io sono un mostro, fatto esattamente di tutte queste sfaccettature descritte nei miei pezzi. Proprio il fatto di non avere una canzone che mi rappresenti più delle altre mi rende una creatura da side-show degna di partecipare a questo spettacolo.

Della stagione dell’On the Road e del giardino di Ada, cui spesso fa riferimento durante i suoi concerti, prima di cantare “Con una rosa”, che cosa rimane?

Cosa rimane dell’On the road? C’è una stagione cui tutti partecipano, per esempio quella dell’On the road: era un posto pubblico che ha coinvolto migliaia di persone. Ovunque vada, in Italia o all’estero, c’è sempre qualcuno che mi dice di avermi conosciuto all’On the road, anche se più di cento persone non ci entravano. Lo abbiamo fatto tante volte e sempre come se suonassimo a casa. È una storia bellissima quella delle amicizie che sono nate da quel posto e che poi hanno trovato una forma più duratura nella vicenda umana. Ora l’On the road è chiuso, lo spettacolo per tutti è finita con quella stagione. Rimangono però solidamente quelle che si chiamano le amicizie di una vita, trasferite dalla condivisione dell’On the Road al privato personale del giardino di Ada. Amicizie tuttora vivissime>.

Lei accennava al disco “Canzoni della Cupa”, realizzato da un po’ di tempo ma non ancora pubblicato. Si dice che tra le canzoni in esso contenute ci sia anche “Fimmene, fimmene”. È vero?

Di “Femmine” ho sentito solo quei due versi del ritornello. Ada mi ha raccontato che quando era giovane e andava sui campi a raccogliere tabacco si cantava quella canzone. Ho solo messo insieme le parole, italianizzandole, perché non mi permetto di cantare in dialetto. Fa parte di queste “Canzoni della Cupa” che prossimamente pubblicheremo. Sono canzoni rurali e come tutte le cose della natura è bene farle stagionare finché non diventano aceto. Allora, forse, le pubblicheremo>.

In “Da solo” ha suonato “strumenti inconsistenti” ed il “mammifero della musica”. Come nascono queste definizioni?

Gli strumenti inconsistenti hanno un suono non materico. Qualcosa che può fare l’avvolgimento sonoro, come i bicchieri, i cucchiai, il theremin, la sega musicale, l’harmonium. Il violoncello è consistente, questi invece si trapassano: il suono avvolge, ma ci si può passare attraverso. Il Mighty Wurlitzer l’ho chiamato così, <il più grande mammifero in musica”, perché è uno strumento gigantesco. Negli anni Venti, nell’epoca d’oro dei film muti, questi teatri che avevano strumenti meccanici azionati ad aria compressa: dalle canne dell’organo si azionava una vera orchestra meccanica. Per me ha proprio il suono del sogno. È fantastico, proprio nel senso delle creature di fantasia. Lo abbiamo utilizzato nel video de “Il gigante e il mago”. Nello spettacolo è una specie di altare alla sinistra del palco, un elemento scenografico. Ci sono tante storie divertenti a questo strumento. Il Mighty Wurlitzer è anche un teatro>.

Lei è molto legato a due terre pugliesi: il Gargano ed il Salento.

Sono due terre diverse. Il Gargano mi ha sempre dato l’idea di una montagna. Sentivo Matteo Salvatore e nelle sue canzoni avvertivo sempre questa “montagna”. Senza conoscerlo veramente l’ho immaginato come un territorio montuoso, che idealmente fa parte della spina dorsale appenninica. Molto diversa dal Salento, terra di dove finisce la terra. Io poi del Salento sono particolarmente affezionato per motivi di conoscenza diretta al Capo. È una zona affascinante del Salento, con tutti questi paesi: Gagliano, Giuliano, Patù raggiunti da questa littorina. Io spero che non termineranno mai la costruzione dell’autostrada. O almeno che non arrivi fin lì sotto. Così come è ora, conserva davvero la sensazione di terra di dove finisce la terra. Una marginalità che si sente. E soprattutto è un posto di risacca, lambito dal mare>.

Perché ama così profondamente Matteo Salvatore?

Matteo Salvatore ha descritto l’amore senza alcuna retorica. Inoltre ha descritto con grandissimo pragmatismo la miseria della civiltà contadina. Nessun altro in Italia ha scritto con metafore così semplici, sembrano quadri di Ligabue. In poche pennate di strofe descriveva delle situazioni senza nessun indulgenza con il sentimentalismo o il patriottismo. Proprio come i veri contadini, nel senso arcaico del termine: non è gente che si perde in fronzoli, proprio come nella ballata della gatta traditrice che mangia la salsiccia mentre la vedova piange la morte del suo uomo: “Gatta, gatta traditrice ti sei fricato i salsicce come la morte si frica i cristiani”. Versi efficaci, in poche frasi ha delineato interi scenari. “Bene mio” descrive l’amore di gente che non si può sposare, passioni senza nozze, come nelle fuitine. Matteo Salvatore l’ho ascoltato la prima volta nella colonna sonora di Stanley Tucci che si chiama “Big Night”, in cui compaiono due sue canzoni. Ha scritto canzoni estremamente piccanti e divertenti, tipo “Il pescivendolo”. Suonare la chitarra in quel modo da trovatore e con la voce da faina… secondo me è il nostro Roberto Johnson, la radice di qualcosa che non è cresciuta. In Italia la musica folk è stata folclorizzata: ed è la cosa peggiore che poteva verificarsi. Nelle cose che vengono dalla terra c’è una verità che sta nel rito, un aspetto quasi sacrale: la volgarizzazione, la popolarizzazione di questo bene si traduce nella folclorizzazione che è il peggio del peggio. Tanto che lui mi raccontava aneddoti straordinari di quanto gli toccava partecipare al Cantagiro nella sezione Folk. Sono andato con lui una volta nella cave di Apricena nel 2002, l’ho conosciuto negli ultimi anni, era malato. È morto in una condizione strana: in una piccola stanza e da solo, ma sempre con lucido. L’ultima volta che abbiamo suonato insieme è stato ad un grande concerto a Torino: ha dato questo sguardo dopo aver suonato con i suoi occhi aguzzi a questa platea quasi come per bersela in uno sguardo. Penso che sia un vero peccato che non ci sia una discografia disponibile della sua opera: spero che finito questo lavoro di dare un contributo affinché la sua opera venga raccolta in maniera adeguata. Di Matteo Salvatore mi hanno parlato più all’estero che qua. In Francia lo conoscono per <Il lamento dei mendicanti>: non c’è una canzone così, scena per scena. Era una sorta di regista del canto popolare>.

Che sensazione è rimasta della Notte della Taranta? C’è un’idea per i prossimi anni?

La mia sensazione è legata soprattutto al come arrivare alla Notte della Taranta e andarsene. Io sono arrivato in forma anonima in Vespa, scortato da due amici modello-polizia. Questo mi ha consentito di arrivare sotto il palco. Una Vespa prestata da un mio amico di quelle che si trovano ancora nel Salento, bombate dietro e che rendono l’idea dell’insetto. L’unico problema è come raggiungere la prossimità del palco indenni. Questa è una cosa che mi ha terrorizzato talmente tanto che non ci sono mai andato. In realtà ho scoperto le voci femminili: una schiera di voci salentine molto innamorate della tradizione, anche la piccola etichetta “Anima Mundi” di Otranto ha fatto diversi dischi. È stata una sorpresa scoprire un mondo così vitale intorno a questa musica. Io ho fatto questo pezzo (“Il ballo di San Vito” accompagnato da chitarra, speroni e sonagli e dall’amico tamburellista Sergio Lia) e basta. Magari se c’è un’altra volta sarebbe bello fare tutto un concerto con le cose che vengono dalla tradizione.

Come è avvenuto l’incontro con i Calexico.

Sono sempre stato affascinato dalla musica tex-mex, la musica di frontiera. Sia nell’accezione del western alla Morricone con sconfinamenti. Sia in quella dei Calexico, i cui dischi hanno qualcosa della polvere, di limpido e polveroso proprio come quella frontiera. È stato un incontro diretto per un caso: mi sono imbattuto in loro durante un viaggio in America. È successo tutto per affinità di polvere. Mio nonno aveva un modo di dire che mi piaceva molto: “Chi tiene polvere spara”. Avevamo polvere e abbiamo cercato di sparare qualche colpo. La loro era polvere della valle dell’Arizona, la mia della Valle dell’Ofanto, ma ugualmente abbiamo avuto il botto.

A quale cibo e quale vino abbinerebbe il suo Da solo?

Dal punto di vista degli appetiti, “Ovunque Proteggi” è un disco indigesto, pieno di corna, zoccoli, creature strane, di carne. Un disco sulla profanazione della carne, di carne arrostita con quello che c’è, anche con le ossa, con le mascelle d’asino. Da abbinare al Nero di Troia. Mentre invece “Da solo” è un disco di piatti invernali: c’è del brodo, qualcosa da riscaldarsi dopo essere stati troppo in giro. “Da solo” è la conseguenza di “Ovunque Proteggi” che è un disco sacrificale. Ed io mi sono sacrificato, in giro davanti alla scarificazione pubblica. Quando ha fatto qualcosa del genere, l’unica cosa che ti può rimettere a posto è il brodo e ritorni ad una tua intimità. A quel punto ci vuole un vino denso, meno aggressivo, meditativo, un Barbaresco, un oppio delle langhe>.

Non cita un vino della tua terra, il Lambrusco.

Il Lambrusco è bistrattato a torto. È il vero champagne dei contadini. Non c’è nessun altro vino che fa più botto. Il Lambrusco si può produrre in maniera industriale, ma quello non è Lambrusco. Sono cresciuto in Emilia e la vinificazione del Lambrusco è tutta una questione di mosto, che impregna tutta la campagna. Sono cresciuto in campagna – ma in un sobborgo che si chiamava Nuova York – e quando si vendemmiava era dura. La vite è alta due metri, l’opposto di querlla salentina. È molto alta e per questo non fa gradazione alcolica, ma fa gas: questo botto straordinario. Il Lambrusco l’importante che sia sincero. Comunque sia sono figlio di Vito e mio padre è sempre stato un grandissimo mescolatore di vini. Magari mi è rimasta questa faccenda del mischiare.

 

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Testata iscritta al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n. 844

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